LA BANCA DI SAN MICHELE DI MARANOLA

Maranola nel Tempo Capitolo 3° PDF Stampa E-mail
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I Creditori della

Banca Rurale di S.

Michele

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Il fallimento della Banca Rurale di San Michele di Maranola avventa nel 1926, aveva messo in ginocchio il paese, non solo per aver determinato l’avvento del commissario e la perdita dell’autonomia comunale, ma anche per aver lasciato sul lastrico intere famiglie che avevano depositato i loro risparmi nella banca maranolese. Sono convinto che il fallimento della banca sia stata anche un’operazione concertata, come già affermato, fra i maggiorenti del paese per lo più di famiglie non autoctone, ma che si erano nel tempo installate a Maranola.

I Frastieri , così venivano definiti i provenienti da altri territori, che si erano installati nel borgo aurunco spesso al seguito di parroci che dalla fine dell’ottocento a Maranola sono stati per lo più  forestieri. Era diventata infatti una prerogativa della curia arcivescovile di Gaeta, non nominare più parroci sacerdoti locali, i quali spesso venivano coinvolti nella gestione diretta od indiretta del potere politico-amministrativo. L’esempio di Don Baldassarre De Meo a Maranola e don Giovanni Filosa ( padre Gabriele da Trivio fratello di Carlo Filosa)  sono stati esempi che hanno determinato o assecondato in diversi modi il potere di loro parenti preposti all’amministrazione del paese in qualità di Sindaci.

Con l’avvento quindi di personaggi estranei alla cultura e agli usi e costumi locali, si sono avute delle intromissioni che hanno determinato degenerazioni: L’organizzazione della Banca Rurale di San Michele a Maranola ne è un esempio lampante.

Credo che ai maranolesi, avvezzi a portare alla Posta i loro sudati risparmi , non sarebbe mai passato per la mente di organizzare un istituto bancario. Certamente l’idea venne dai “frastieri” i quali pensarono bene, dopo averla rimpinguata con i risparmi degli sprovveduti zappaterra, a prosciugarla, investendo in beni immobili come case e proprietà terriere, lasciando nella disperazione più completa la maggior parte dei maranolesi. Comprensibile anche dopo la perdita dell’autonomia, avvenuta qualche anno dopo, come già ampiamente illustrato in altra news.

Ma non tutti i maranolesi erano tanto sprovveduti da rinunciare del tutto ai loro investimenti più o meno cospicui riversati nella banca. Fra questi ve n’era uno tra i più sagaci ed intraprendenti, un barbiere –calzolaio nonché appassionato suonatore di chitarra, che tentò di raggruppare tutti i creditori della banca per richiedere la restituzione  delle somme depositate.

Quando si sparse la voce che il Barbiere Albertuccio, si stava adoperando per una sorta di protesta, venne  minacciato e sconsigliati altri a dargli ascolto, perché ormai il caso era chiuso e  si disse: “Chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato”.

Ma Masto Alberto non si arrese, riuscì a mettere insieme una decina di persone le più determinate e fecero una richiesta- petizione a “ Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini” In essa si evidenziava, come i poveri contadini di Maranola, fedeli al Fascio e al Duce, avevano perso i loro sudati risparmi con il fallimento della Banca Rurale di San Michele di Maranola. Facevano quindi appello alla comprensione, alla generosità e all’alto senso della Giustizia del Duce, perché rientrassero in possesso dei loro investimenti inopinatamente perduti.

La lettera venne concertata in numerose riunioni notturne, fatte nella barberia a lume di lucerna e a finestra oscurata. Una volta definita, però, c’era incertezza se inviarla direttamente a Mussolini o al Podestà di Formia.Si convinsero poi  ad inviare la petizione per via gerarchica così arrivò sul tavolo dell’allora podestà Felice Tonetti, il quale era stato nominato Podestà di Formia e quindi dopo il 1928, aveva esteso la sua giurisdizione anche a Maranola, Trivio e Castellonorato.

Costui fedelissimo del gerarca Bottai, Ministro di Mussolini, come lesse che alcuni cafoni maranolesi si erano permessi  di rivolgere al Duce, la richiesta delle loro assurde pretese,  mandò a chiamare colui che gli dissero fosse l’ispiratore della protesta e senza neanche permettere al Barbiere di Maranola di far presente le sue ragioni, lo redarguì in malo modo, scacciandolo dall’ufficio e ingiungendogli di non permettersi più nessuna rivendicazione se non voleva provare il carcere insieme ai suoi accoliti.

Mastro Alberto se ne tornò al paese mortificato ed avvilito abbandonato anche dagli amici che inizialmente lo avevano sostenuto e che avevano creduto nella sua giusta richiesta. Ma covava dentro sempre una rabbia e rimuginava continuamente il modo come arrivare a far conoscere direttamente al Duce il sopruso patito.

Il momento giunse quando la banda musicale di Maranola partecipò alla manifestazione del regime, la già evidenziata “Battaglia del Grano” promulgata da Mussolini fra i “partecipanti” vi era anche il nostro Albertuccio. Già si è detto che la Banda maranolese non brillasse per un repertorio  troppo elevato nella cultura operistica italiana, ma seppe allietare comunque tutti con  musiche popolari della nostra tradizione che piacquero tanto che lo stesso Duce che dopo la sua applaudita esibizione di trebbiatore,   si congratulò vivamente con i musicanti che volle, anche premiare e conoscere ad uno ad uno. Si racconta allora che il nostro Albertuccio, fra l’altro fratello di mastro Peppe il direttore della banda, si fece avanti, coraggioso ed impettito dall’alto della sua possente statura, timidamente chiese: “Sua Eccellenza, volevo solo sapere se ha letto la richiesta di dieci poveri contadini del mio paese, che hanno perso tutti i loro averi per il fallimento della banca di San Michele…”

Il Duce corrucciò le sopracciglia, indurì la sua mandibola e rispose che non aveva mai visto la petizione di cui parlava. Alberto ormai fattosi coraggio, cacciò di tasca una copia della lettera che a suo tempo aveva inviato al podestà di Formia e gliela consegnò. Mussolini vi diede una breve scorsa e poi lo rassicurò che avrebbe esaminato il suo caso. Il nostro Barbiere si irrigidì sull’attenti col classico saluto fascista esclamando “Lunga vita al nostro Duce!” A cui fecero eco gli altri componenti della Banda.

In paese per giorni non si parlò d’altro. La barberia di Mastro Albertuccio divenne il luogo più frequentato del paese, e lui non si stancava mai, tra una barba ed un capello, di narrare le vicende di Sabaudia col Duce e con la Banda, nonché la promessa fattagli per riaprire il caso della Banca.

Il barbiere aspettò trepidante, una  qualche risposta per posta. Il postino era già  stato avvisato, e giornalmente passando per il vicolo dove c’era la bottega, alla richiesta rispondeva sempre negativamente, facendo man mano mancare la speranza che qualcosa si muovesse.

Una mattina però, si presentò presso la sua bottega la guardia municipale, Cesare, il quale gli riferì che l’indomani si doveva presentare dal Potestà di Formia, Felice Tonetti, insieme a tutti quelli che avevano firmato la petizione per  la Banca. Il Barbiere cercò di sapere il motivo e se era positivo o se c’era da preoccuparsi di qualcosa…Ma Cesare, non seppe dargli altre  spiegazioni . Alberto per la sera convocò nel suo locale coloro che avevano firmato e li mise al corrente dell’invito. Molti non volevano partecipare per paura che ci fosse qualche ritorsione contro di loro. Infine il Barbiere li convinse dicendo che si sarebbe assunto tutte le responsabilità , anche perché la lettera a Mussolini gliela aveva consegnata lui direttamente e che quindi loro non potevano essere coinvolti.

Fu così che il mattino dopo, già di buon ora si presentarono tutti presso l’ingresso del Municipio a Formia, ma dovettero pazientare almeno un paio d’ore prima che fossero ricevuti da Tonetti.

Il quale come li vide entrare timidi e titubanti, subito volle rincuorarli, mentendo che grazie ai suoi buon uffici l’Eccellenza Benito Mussolini, aveva preso a cuore la loro richiesta e che facendo uno strappo alle regole, aveva ingiunto che il credito avanzato poteva essere riconosciuto e saldato dall’amministrazione comunale, ma senza alcun tasso di interesse pregresso. Chi accettava la proposta poteva  quindi firmare  immediatamente la quietanza che aveva già fatto predisporre.

I nostri contadini si guardavano in faccia, a qualcuno già brillavano gli occhi, altri ammiccando invitavano Albertuccio a farsi portavoce del loro consenso. E  così il nostro Barbiere, dimenticando come era stato trattato in precedenza dal Potestà, lo ringraziò per l’impegno profuso, dichiarando che accettavano, la proposta fattagli pervenire e che sarebbero stati sempre riconoscenti al Duce per la sua bontà e per la sua generosità, e per questo sarebbero stati sempre fedeli e riconoscenti, come sinceri fascisti, ecc. ecc. Terminò il discorso, infarcito di salamalecchi ed ossequi, con il solito saluto fascista…irrigidito sugli attenti.

Il Podestà apprezzò vivamente il comportamento dei maranolesi e ingiunse al segretario comunale presente che fossero esperite immediatamente le formalità tecniche per i conteggi e che al più presto fossero risarciti di quanto dovuto. Salutò anch’egli con l’immancabile alzata di mano e scomparve. I nostri eroi soddisfatti ed increduli, si fermarono a festeggiare nella locanda di Cacone a Capodeseuce e il conto toccò pagarlo a mastro Albertuccio, perché tutti gli altri erano sprovvisti di contanti. E con tanti saluti per tutti. .

profnonno