I nove mesi di Maranola al tempo della Guerra


              I nove mesi di Maranola al tempo della Guerra 

 

Capitolo 1°

 

di profnonno



L’esecuzione di Bruno D’Elia 



un pensionato dalla memoria…lunga.

Totonno è stato per una vita un bravissimo chef in grandi alberghi in giro per l’Italia e poi si è stabilito a Roma dove ne aveva anche avuto in gestione uno che poi andando definitivamente in pensione con una decisione saggia, lo ha lasciato al figlio. E’ così che se ne è tornato al nostro caro borgo aurunco dove ha trascorso gli anni della sua adolescenza, fin quando poi non è partito per lavoro. Certo come tutti coloro che partono in giovane età, rimane sempre nel cuore la nostalgia del paese natio che non si cancella mai,tanto che a qualsiasi sacrificio, anche quello di scontrarsi con moglie e figli, alla fine si cerca sempre di tornare dove si è vissuto il tempo che ci ha fatto immaginare il mondo come una grande conquista da raggiungere, un traguardo dei nostri sogni e dei nostri desideri. Il ritorno diventa ancor più piacevole se almeno in parte, questi sogni poi si sono realizzati e allora in paese si cerca di riannodare le amicizie e le conoscenze ancora rimaste in qualche modo presenti.

Così come tanti altri, Totonno se ne è tornato al paesello e fa lunghe passeggiate, solitario, verso quei sentieri che un tempo lo avevano visto magari impegnato anche in pesanti lavori.

La domenica invece quando la piazza del paese si rianima maggiormente, allora si presenta ed è facile conversare con lui ed è piacevole, perché anche se quasi ottuagenario, ha ricordi nitidi e precisi del passato che è veramente interessante starlo a sentire.

L’ultimo incontro, casuale, avuto con lui mi è stato estremamente utile perché l’ho stimolato a raccontarmi qualche episodio dell’ultima guerra quando, dopo l’armistizio dell’otto settembre ’43 aveva circa 16 anni e quindi riusciva a capire e ad interpretare maggiormente cosa accadeva per quei lunghi nove mesi da settembre all’arrivo degli americani di metà maggio del ’44.

Quello di cui mi preme sapere è dell’esistenza in montagna di una tanto favoleggiata “Banda partigiana” che poi a mio avviso , ha determinato nelle nostre contrade diversi avvenimenti luttuosi, che ancora oggi sono vivi nella mente di coloro non pochi, che li hanno vissuti. Mi riferisco alla fucilazione di Antonio Ricca ed Aurelio Pampena a Maranola e della strage della Costarella a Trivio con ben otto persone inermi ed innocenti trucidate dai tedeschi.

Totonno è preciso e categorico, lui in montagna ha avuto modo di conoscere i componenti di un gruppo di militari armati, che chiamavano “La Banda di Badoglio” e si ripromette di essere più dettagliato dovendo non solo ripensare con più precisione a quel tempo, ma anche di ricercare qualche documento che dovrebbe essere sepolto in qualche suo cassetto ormai dimenticato.

Ma chiacchierammo liberamente su quel periodo del dopo ’43, quando tutti eravamo sfollati in montagna, il lungo periodo che si definì “i nove mesi”, tanti erano i mesi che fummo costretti a restare lontani dalle nostre case. Tra i tanti episodi che ha vividi nella mente, proprio a proposito delle rappresaglie dei tedeschi, mi racconta con più dovizia di particolari, quello avvenuto all’Auciana, nei pressi della casa della Famiglia di De Meo Vincenzo e donna Filomena Piccolino, sorella del parroco di Maranola. Questo tragico fatto mi è sembrato tanto irreale che ho voluto confrontarlo a notizie chieste direttamente alle persone presenti e fra queste al dott. Antonio De Meo, tramite il figlio Vincenzo, anch’egli studioso appassionato della storia locale. Quanto raccontatomi è stato verificato e quindi posso affermare che risponde a verità:

Ecco quanto sono riuscito a sapere:

Un gruppo di giovani giocava a carte spensieratamente, (Sandro e Giacinto Grossi, Gaspare e Bruno D’Elia); era il dicembre del ’43, e uno di loro si gingillava con una pistola lasciata da un ufficiale inglese che si era andato a nascondere su in alta montagna.

Da lontano un manipolo di tedeschi, col binocolo perlustrava la zona, sempre alla caccia di presunti sovversivi, partigiani armati. Quando avvistarono quel gruppo di giovani, subito si precipitarono verso di loro per arrestarli. Sentendoli arrivare il giovane   Bruno D’Elia, buttò la pistola lontano in un cespuglio. Giunti sul luogo i soldati tedeschi li perquisirono senza alcun risultato . Poi cercarono in giro e trovarono l’arma nel cespuglio. Chiesero chi avesse nascosta la pistola, ma nessuno fiatò. Li condussero allora davanti alla casetta colonica di Vincenzo De Meo, dove era ospitata anche la famiglia D’Elia. Visto che i giovani non rivelavano come fosse arrivata lì l’arma, il caporale che guidava il gruppo disse agli altri di preparare le armi perché li avrebbero fucilati tutti. Il giovane D’Elia Bruno,   studente sedicenne che conosceva il tedesco, compreso quello che volevano fare, i deschi, urlò:”Scappiamo che ci fucilano”.

Si slanciò per sfuggire via, ma uno dei tedeschi lo colpì con una sventagliata di mitra. Il giovane cadde riverso al suolo, gli altri intimoriti urlavano dalla paura, dalla casa vicina si affacciarono

le persone che stavano lì dimorando sfollati e amici dei De Meo, fra cui il padre del giovane colpito, Angelo D’Elia, e la madre Elvira Filosa, sorella di Adriano Filosa da Trivio.

I tedeschi forse pentiti di aver commesso un misfatto molto grave,forse non avevano neanche le intenzioni di fucilare i ragazzi, ma solo intimorirli e credendo di aver ucciso il giovane Bruno che rimaneva a terra tramortito, abbandonarono velocemente il campo, affidando il ragazzo alla signora Margherita Proia che era accorsa e portarono via gli altri giovani per interrogarli al comando dei tedeschi, posto in Villa Irlanda alle porte di Gaeta.

Subito soccorso il giovane portato in casa , fortunatamente donna Filomena aveva tutto l’occorrente per medicarlo e così…il coraggioso Bruno si salvò….ma per tutta la vita porta sulla guancia il segno dello sfregio ricevuto dalla pallottola tedesca.

Totonno De Meo ( Appicicannela)

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