STORIA DI UN PRETE 2°CAP IL POPOLO SI RIBELLA ALL’ARCIVESCOVO

STORIA DI UN PRETE – Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio [2]
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Formia:
Il popolo odia il parroco e si ribella all’arcivescovo

La scandalosa Vigilia di Pasqua

Il 22 aprile 1952 l’arcivescovo di Gaeta scriveva dalla Curia al parroco di Trivio di Formia: “Mi venne riferito che vi siete permesso di fare la funzione notturna del Sabato Santo e di più celebrata senza popolo e ancora celebrando tre messe nel giorno di Pasqua. Non lo volli credere, non convincendomi che foste ignorante (n.d.r.: Notare la definizione culturale data al sacerdote e che ci servirà più avanti.) al punto dal non conoscere le leggi stabilite in proposito. Però, per mia tranquillità di coscienza, ho fatto le indagini e cercato testimoni disposti a giurare e dolorosamente ho avuto le prove della verità, non solo, ma anche la descrizione di altre inosservanze e di altri arbitrii da voi commessi.
“Voi commettendo tutto questo avete dato grave scandalo al vostro popolo che è anche molto irritato contro di me, vedendo che tollero siffatti disordini. Pertanto si è riempita la misura delle vostre infrazioni alla disciplina, perchè già molte ve n’erano, e in coscienza debbo intervenire a mettere rimedio e lo faccio con questo dilemma: O voi fate la rinunzia alla parrocchia entro questo mese (n.d.r.: siamo al 22 aprile e mancano soltanto otto giorni alla fine del mese) o rimarrete sospeso ad beneplacitum nostrum.
“E’ un grande dolore questo per me, ma l’avete voluto!”
Mettiamo in evidenza “l’avete voluto” per dire che ormai l’arcivescovo aveva scelto la linea dura contro il suo sacerdote. Ma, sorvoliamo, perchè c’è un’altra lettera dell’arcivescovo del 30 aprile 1952 che si dimostra ancora più pressante e pesante per il parroco. Ma questi aveva ragione o torto; allo stato degli atti in nostro possesso ci pare indiscutibile concludere per un tranello in cui fu fatto cadere il vescovo di Gaeta. Intanto però la questione da banale che poteva sembrare in un primo momento diventa sempre più grave.

Intanto don Raffaele, con “dignitosa umiltà”, nel senso che non si è mai sottomesso ad accettare per buone le accuse
mossegli, puntualmente ha sempre ribattuto, distruggendole, tutte le imputazioni mossegli proprio allo scopo di preservare dallo scandalo la sua posizione di curatore d’anime.
Infatti in un suo appunto si legge: “Scandalizzata la popolazione per l’intera diocesi di Gaeta per i severi provvedimenti presi contro il parroco, per la sospensione, per le minacce, per le dimissioni forzate e per il Vicario Coadiutore negato dal Vescovo”. Infatti il Di Iorio, visto che il vescovo non lo voleva più in parrocchia, gli aveva chiesto il permesso di assumere a sue spese un Vice parroco per la gestione della parrocchia stessa.
Intanto dobbiamo puntualizzare che tutto questo si verificava dopo che per trent’anni il Di Iorio aveva esercitato ininterrottamente il suo ministero parrocchiale a Trivio ed aveva raggiunto la già bella età di 66 anni.

Un prete ignorante a 66 anni di età

Ma ecco la lettera vescovile del 30 aprile 1952: “Abbiamo ritenuto quando stamane vi siete presentato con il foglio scritto che quella fosse la vostra rinuncia alla parrocchia, che vi intimammo con la nostra lettera della scorsa settimana in seguito alle troppe azioni da voi fatte in avversione al dovere sacrosanto di sacerdote e tanto più di parroco.
“Ma siamo stati delusi perché lo scritto, non formulato dalla vostra capacità, era una umile supplica a Noi perché recedessimo dal proposito preso. Già alcuni sacerdoti di Ausonia col Vicario Foraneo di Formia nello scorso lunedì festa del 25° di S. E. Mons. Coadiutore, vennero a implorare venia per voi, perché non avevano piena conoscenza della situazione insostenibile che vi siete man mano creata, pur ammettendo ciascuno non aver voi mai avuto la capacità di reggere una parrocchia (n.d.r.: Ed il vescovo si era accorto di questa incapacità soltanto dopo trent’anni di ministero a Trivio e dopo visite pastorali in cui riservava sempre lodi al parroco per il buon andamento della parrocchia).
“Del resto il clero nostro che vi conosce, ed è in maggioranza, unanimamente afferma essere la verità.

“Noi abbiamo colpa soltanto di avervi sopportato per circa cinque lustri ma unicamente perchè vi tollerava il popolo della parrocchia e ciò è avvenuto fino al 1945. Da quell’anno incominciarono i ricorsi che nell’ultimo biennio sono stati frequenti, presentandoci ragioni che impressionavano ed addoloravano.
“Le ultime malefatte poi non potevano tollerarsi e voi sapete quali sono stati i moniti dell’ultima visita pastorale del 2 dicembre 1951 che non avete voluto ascoltare anzi diportandovi di male in peggio. Perciò abbiamo dovuto porvi il dilemma, cioè: o rinunciate o rimarrete sospeso per tutte le sacre funzioni in Trivio.
“Poichè non volete rinunciare Vi concediamo altri dieci giorni, cioè fino al dieci maggio, per riflettere, trascorsi i quali senza aver obbedito, vi togliamo la facoltà di compiere tutti i Sacri Ministeri nella parrocchia ed in tutte le altre della vostra Forania.
“Altrove nella Diocesi potrete celebrare la Messa e fare anche servizio col nostro Beneplacito, dichiarando, che se sarete sottomesso non vi mancherà il necessario sostentamento”.
La lettera non ha bisogno di commenti per la sua chiarezza e crudezza di impostazione. Il fatto è, però, che in tutti gli atti si nominano “malefatte” del sacerdote, accuse generiche e non circostanziate per cui non gli viene dato modo alcuno di discolparsi. Un controsenso appare il fatto che se il prete se ne va da Trivio potrà comunque ufficiare nelle altre chiese della diocesi: una persona inadatta a Trivio come lo potrà essere in un qualunque altro posto?
Peccato che non possediamo la copia della supplica presentata al vescovo e citata nella lettera precedente; supplica che secondo il vescovo “non è stata formulata dalla vostra capacità” ribadendo qui la tesi dell’ignoranza totale del sacerdote (come già affermato nella lettera del 22 aprile).

Il popolo si ribella alle decisioni vescovili

Nella successiva data del 6 giugno 1952 il vescovo consigliava Don Raffaele di ubbidire ed al più presto perchè: “La Sacra Congregazione del Concilio, esaminata di nuovo la vostra posizione, in seguito ad un mio ricorso inoltrato il 14 maggio, risponde il giorno 31 detto con lettera ricevuta oggi… Mi fa premura pertanto con ordine tassativo di trasferirvi quanto prima ad un altro beneficio non di cura d’anime… Sappiate quindi che a Trivio non potete più rimanere e non vale l’opposizione del popolo da voi sobillato, anzi vi nuoce di più perchè incorrete in una pena ecclesiastica più grave”.
Bisogna meditare sulla frase vescovile “non vale l’opposizione del popolo da voi sobillato”.
Certamente tra il maggio e l’inizio di giugno del 1952 il popolo di Trivio era venuto a conoscenza del braccio di ferro che si stava consumando tra il parroco ed il vescovo per cui aveva dato vita a qualche manifestazione in sostegno al parroco. Ma, ci domandiamo: “E’ mai possibile che un popolo si ribella a difesa di un parroco che non sopporta più per le sue malefatte? E’ possibile che un popolo possa ribellarsi su istigazione di un parroco che non vuole più?”. Questo avvenimento della protesta popolare ci appare anche più strana se teniamo presente che il vescovo in una lettera precedente aveva affermato: “Voi commettendo tutto questo avete dato grave scandalo al vostro popolo che è anche molto irritato contro di me, vedendo che tollero siffatti disordini”.
Delle due l’una, se il popolo di Trivio era irritato contro il vescovo perchè non scacciava il parroco come poteva ribellarsi contro il vescovo per sostenere il parroco? La verità non la possiamo dedurre dalle carte in nostro possesso.
Fra poco, però, riportiamo una lettera scritta dal sacerdote al vescovo che è purtroppo mancante dell’ultimo pezzo ma che scardina irrefutabilmente quelli che riteniamo soltanto pretesti creati per procedere alla rimozione del parroco da Trivio.

(2. continua)

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