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STORIA DI UN PRETE 3°CAP DON RAFFAELE VITTIMA DI UNA PERSECUZIONE

 

STORIA DI UN PRETE –


Don Raffaele Di Iorio,


parroco di Trivio [3]


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Formia:


Vittima di ingiusta persecuzione
CAPITOLO III

La persecuzione

Riassumendo; finora abbiamo visto come, con ripetuti inviti, il vescovo di Gaeta mons. Dionigi Casaroli, abbia imposto al parroco
di Trivio di Formia, don Raffaele Di Iorio, di dimettersi dal suo ufficio e ciò per punirlo delle sue malefatte, ma di esse specificamente ancora non si è parlato per cui il prete ancora, ufficialmente non ha potuto discolparsi. Il vescovo però non avrebbe mai creduto che i fedeli di Trivio potessero ribellarsi alla sua decisione e nell’esaminare il carteggio in nostro possesso abbiamo appurato quali furono i termini della ribellione che abbiamo ricordato poco fa.

Allarmi alla questura

cerimonia religiosa a Trivio con la chiesa in costruzione




In una notiZina si afferma: “Allarmi alla questura di Latina e alla Pubblica Sicurezza di Formia (dato dal vescovo, n.d.r. ) non solo contro il parroco locale, ma anche contro dieci persone che erano state un giorno troppo buone e caritatevoli a Gaeta per prendere le mie difese con un elenco di firme a mio favore”.
Pare di capire che al vescovo siano a cuore più i denigratori del parroco che non i suoi sostenitori.

Vittima di una ingiusta persecuzione

Ed ecco finalmente una lettera che il Di Iorio, in data 16 giugno 1952, scrive al vescovo di Gaeta ed invia in visione sia alla Sacra Congregazione del Concilio che alla Sacra Congregazione Concistoriale:
“Ho il dovere di rispondere alla sua paterna e venerata lettera del 6 giugno c.a.
“Veramente invece di rispondere per iscritto, mi sarebbe piaciuto, avrei desiderato, mi sarebbe piaciuto, avrei desiderato esporle l’animo mio in una udienza; ma purtroppo nè a me nè ad altri che prendono le mie difese, arride la speranza di essere fatti degni di comparire innanzi al mio Superiore! A me e a quanti mi difendono è dato l’ostracismo.

“Innanzi tutto il contenuto della lettera del 6 giugno era già stato diffuso in paese con meraviglia e con grande dolore. “Mio supremo proposito, ora e sempre, è solo quello di ubbidire alla Ecc.za Vostra, anche quando, come nel caso presente, mi considero e mi ritengo vittima di una ingiusta persecuzione. Quindi se l’Ecc.za Vostra vuole che io lasci Trivio, la lascerò, non appena mi verrà indicato l’ultimo giorno di residenza, riserbandomi la possibilità dell’opposizione alla S. Sede”.

Il vescovo ignora le norme liturgiche?

“In riferimento alla venerata lettera Sua del 22 aprile 1952 – prosegue il Di Iorio – in cui adduce le cause della mia rimozione tengo ancora una volta a precisare che esse poggiano su un falso supposto, e cioè di aver celebrato tre S. Messe nel giorno di Pasqua. In detto giorno mi sono attenuto alle rubriche del nuovo Ordo Sabbati Sancti , cap. V, n. 13 -Ed. Vaticana 1952.


“Ho fatto tale funzione poichè dal Bollettino Diocesano risultava che il permesso era ad experimentum: quindi la poca affluenza i popolo ha dimostrato la difficoltà dell’intervento, cosa non prevedibile prima della funzione.
“Essendo quindi falsa l’accusa e mancando gli argomenti su cui poggia come risulta dal canone 2148 par. 2, ho mostrato in quanta considerazione ho preso la sua decisione.”

Incapacità insopportabile

Continua il sacerdote: “Mi meraviglio non poco come i miei scritti non sono più formulati dalla mia modesta capacità; maggiormente mi meraviglio come la mia incapacità sia diventata insopportabile in questi ultimi e pochi giorni, quando l’Ecc.za Vostra mi conosce da 20 anni, e nelle relazioni pastorali precedenti all’ultima non vi è stato mai motivo di lagnanze da parte Sua anzi di lode, e ciò può risultare dalle relazioni esistenti in codesta Rev.ma Curia Arcivescovile”.

Prete seviziato dai tedeschi e vescovo nell’abbondanza

“Se qualche deficienza risulta nella mia persona – continua il parroco – io non sono a conoscenza e ciò non per colpa mia, ma forse dovuta al lungo periodo di guerra, essendo sempre stato in parrocchia anche contro il volere degli invasori tedeschi, da cui sono stato crudelmente malmenato fino a sangue, ferito in un bombardamento testimone la dottoressa Bordiga Alma maritata Pontoni, residente a Napoli. Dette ferite le subii in testa e sul viso, a differenza di molti che hanno trovato più facile scampo in luoghi sicuri.

Comunque non credo che l’incapacità debba attribuirsi a mia colpa. Non essendoci in paese le cause richieste dal Codice, cioè l’odio del popolo, come egli stesso ha dovuto constatare avvisandone la Pubblica Sicurezza, quindi…”
E purtroppo non abbiamo il seguito di questa lettera ma già da quanto abbiamo potuto leggere si capisce che le accuse si reggono solo per la volontà di tenerle in piedi. Mentre il povero parroco subiva le vessazioni della guerra sembra che il vescovo di Gaeta si trovasse ben accudito e al sicuro in case amiche di Castelforte.

Nessuna protezione dal Vescovo

Da alcuni appunti autografi scritti a matita dal Di Iorio stralciamo i seguenti: “Prima (della) guerra nessun ricorso, e nessuna sospensione durante i venti anni di parrocchia e le visite pastorali tutte lodevoli.
“Dopo la liberazione, senza casa canonica e senza chiesa (vi sono stati) ricorsi al Concilio di incapacità e cattiva amministrazione dei beni della chiesa e ‘odium plebis’ (le tre sole cause del diritto canonico che rimuovono un parroco ‘ipso facto’).


“Poca protezione da parte dei Superiori di Gaeta, i quali, pur sapendo le privazioni, i sacrifici e le sofferenze per i danni della guerra non si curano di prendere, presso il Concilio le mie difese e mi accusano che non veniva fatta la residenza.
“La ditta dei lavori a Trivio per casa e chiesa.
“Il Coadiutore novello (Mons. Lorenzo Gargiulo) in diocesi, guarda di malocchio il parroco se non fa la residenza di notte anche prima di terminare i lavori. Ma dove stare?
“L’11 maggio 1952 sospeso ‘ipso facto’ non per i vecchi ricorsi al Concilio ma per nuove accuse infondate fatte a Gaeta due giorni dopo la festa di Pasqua”.