STORIA DI UN PRETE 4°CAPITOLO TRAVISAMENTO DELLA VERITA’

STORIA DI UN PRETE –

 

Don Raffaele Di Iorio,

 

parroco di Trivio

Formia

CAPITOLO IV

Travisamento della verità

Il 24 giugno 1952 il vescovo di Gaeta, dopo aver ribadito l’incapacità di don Raffaele a scrivere finanche una lettera, diceva in una sua lettera: “Non essendo poi in mia facoltà di cambiare la decisione così assoluta della sacra Congregazione del Concilio, che ordina il trasferimento vostro ad un beneficio non curato, al più presto questo deve avvenire entro il corrente mese, per cui col giorno trenta, se siete veramente, umilmente sottomesso, dovete darmi la rinuncia in un foglio tutto scritto da voi e debitamente firmato”.
Ma il vescovo non ha fatto niente per difendere il sacerdote davanti alla Congregazione vaticana, anzi è arrivato persino a cacciare il prete dall’Episcopio dove era intervenuto ad una riunione di parroci dicendogli di uscire perchè non era più parroco.
In questa lettera il vescovo passa ad elencare i benefici che potrà avere se lascerà di buon animo la parrocchia e cioè di avere lire 1050 ad officiatura in cattedrale (non giornaliera e delle quali solo lire 500 per il viaggio) e l’applicazione di S. Messe a lire 250 l’una quando lui non ne avesse per offerta dei fedeli. “Quindi mi pare che non sia disprezzabile”, dice il vescovo.

L’autodifesa del parroco

Don Raffaele davanti alla Casa del Clero di Napoli Alla lettera precedente il parroco don Di Iorio risponde il 30 giugno 1952 e da essa cominciamo a rilevare un primo accenno di autodifesa. Infatti così inizia: “Ecc.za, mi addolora la supposizione dell’Ecc.za Vostra, che le mie lettere state dettate da altri. Tale supposizione rientra in quella forma mentis che l’Ecc.za Vostra da alcuni mesi si è creata sul mio conto”.

Capacità di 28 anni di ministero

“Qualunque sia pertanto la mia capacità – scrive il parroco – che in qualsiasi ipotesi è passata per il vaglio di 28 anni di ministero parrocchiale con il pieno gradimento dell’E.V., non è tale però da impedirmi di rendermi conto del gravissimo ed inusitato provvedimento che l’E.V. vorrebbe prendere a mio carico.

“Non ha detto male, ma ha ben detto l’E.V. nella sua venerata lettera del 24 giugno, che il mio contegno è ispirato ad un tenore di umiltà e di buona volontà, dato che questo è sempre stato il mio comportamento, modestia a parte, nei riguardi dei miei superiori, soprattutto quando ho potuto constatare che essi impersonano la mite figura del Pastor Bonus e si lasciano ispirare da motivi soprannaturali e non da contingenze del momento. Proprio perchè mosso da tali motivi io, nella mia del 19 giugno c.m., ho aperto con la massima sincerità tutto l’animo mio all’E.V. e mi sono sforzato di venire incontro, nella misura del possibile, ai suoi desideri, indicando, sia pure in forma non impegnativa e definitiva, alcune forme di soluzione al caso di cui sono oggetto, che fossero di soddisfazione alle preoccupazioni di S.E. e, nello stesso tempo tranquillizzassero la mia coscienza di parroco, profondamente turbata dalle gravi accuse mossemi dall’Ecc. Vostra e dal timore che, malgrado la mia buona volontà, il ministero parrocchiale, da me svolto non rispondesse a perfezione a quanto la Santa Chiesa desidera da noi”,

Non Pastore ma giudice

Recapito di Napoli “Ciò nondimeno – prosegue il Di Iorio – oggi, devo dolorosamente constatare che la buona volontà da me dimostrata non è servita a raggiungere lo scopo, poichè come risulta dalla sua venerata lettera del 24 c.m., V.E. si è irrigidita in una posizione di intransigenza dalla quale appare evidente che in questa dolorosa vertenza non c’è altra via d’uscita che la mia estromissione dal Beneficio parrocchiale, la mia riduzione ad uno stato di miseria, la mia clamorosa umiliazione davanti a tutta l’intera Arcidiocesi di Gaeta. Se le cose stanno così come tutto mi fa supporre, l’E.V. mi perdoni, non mi si presenta più nella luce del Padre, ma in quella del giudice che condanna, e la cosa è tanto più grave, in quanto a tutt’oggi, dalla sospensione ingiuntami in data 22 aprile, per motivi che io ho ritenuti insufficienti ed in parte anche infondati”.

Condanna senza discolpa

Prosegue la sua difesa il parroco di Trivio di Formia: “Non mi è stata neppure concessa un’opportuna ed ampia chiarificazione con l’E.V. per evitare che la situazione si aggravasse con dolore dell’E.V. e mio e con scandalo delle anime. Ma se la linea assunta dall’E.V. è quella della condanna, ebbene ogni via di accomodamento cade da se stessa e ogni soddisfacente soluzione si rende impossibile ed io, contro ogni mia buona volontà, sono costretto a revocare in parte, quanto, obbedendo ai suoi desideri, le prospettai nella mia del 19 e cioè che sarei stato disposto anche a rinunciare alla parrocchia qualora mi si fosse assicurato una equa pensione da stabilirsi prima della rinuncia tota vita durante. E con questa revoca, io ritorno in pieno nella precedente soluzione, che le ho sottoposta, e cioè che se l’E.V. è tutt’ora nella persuasione che il bene spirituale della parrocchia non è sufficientemente garantito dalla mia persona tanto disprezzata, io sono disposto a provvedere a norma del canone 475 par. 1 con un Vicario Coadiutore accollandomi il peso che tale provvedimento comporta”.

Busta indirizzata all’autore

Popolo in lutto e preti sacrileghi
Ed il Di Iorio continua ancora più duro: “Qualsiasi altra soluzione, Ecc.za Rev.ma, m’imporrebbe un sacrificio che sinceramente, dopo 28 anni di parrocchia in un paese, dove mai nessun parroco aveva potuto resistere a lungo per svolgere un qualunque ministero parrocchiale per la difficilissima situazione locale, io ora non posso più e non debbo accettare la rinunzia alla mia parrocchia, il cui popolo è in perfetto lutto. Tanto più perchè – e qui mi si perdoni la digressione – non riesco ancora a capire come si esigga da me tale e tanto sacrificio quando ho sempre fatto il mio dovere quanto più ho potuto, quando nella nostra diocesi ci sono parroci i quali non hanno mai conosciuto che cosa comporti un tale ufficio ed hanno fatto strazio non di un solo o di dieci norme canoniche o liturgiche, ma di tutta la legislazione canonica che ci riguarda.
“E questi parroci godono spensierati, sono beatamente felici ai loro posti. Perchè dunque si vuol colpire me che, qualunque sia l’attuale stima dell’E. V., sono ispirato dalla migliore buona volontà ed ho sempre fatto il mio meglio per soddisfare ai bisogni spirituali delle anime. Pertanto se l’Ecc. V. è tutt’ora nella persuasione che questa parrocchia non è sufficientemente provveduta spiritualmente io sono pronto ad accettare non altro che un Coadiutore.
“Ciò premesso appare chiaro che qualsiasi altra soluzione non può essere da me accettata, se non previo provvedimento canonico, ad normam juris, nel qual caso io mi riservo di agire in conseguenza. “Mi perdoni E. Rev.ma se scrivo così, ma oltre l’ossequio al Superiore, io ho il dovere di tutelare la mia dignità sacerdotale che da 38 anni cerco di conservare incontaminata”