STORIA DI UN PRETE CAPITOLO 5 LA RAGIONE CONTRO LA FORZA NON VALE

 

 

STORIA DI UN PRETE –

 

Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio

Formia:

CAPITOLO V

La ragione contro la forza non vale

Dopo sette mesi dall’inizio di tutta la vicenda fra il parroco ed il suo vescovo, il Di Iorio può avere finalmente un’udienza dal proprio vescovo di Gaeta, ma ciò si verifica soltanto “per ordine della sacra Congregazione del Concilio” come si rileva da una missiva del 15 luglio 1952.
Al Rev. Don Raffaele Di Iorio il ricordo del giorno più bello della nostra vita. Matilde e Umberto Mayer. Roma 6 giugno 1951
Al Rev. Don Raffaele Di Iorio il ricordo del giorno più bello della nostra vita. Matilde e Umberto Mayer. Roma 6 giugno 1951
Non ci è dato sapere cosa fu detto in tale udienza ma il fatto è che il vescovo non ammorbidì i toni intransigenti della sua posizione ed il parroco con retrocesse dalla sua linea di condotta.
Si giunge così al 29 agosto 1952, cioè al giorno in cui scrisse il Vescovo: “In seguito al vostro ultimo rifiuto di lasciare definitivamente la parrocchia fatto davanti ai due giudici del Nostro Tribunale, la Sacra Congregazione del Concilio, resa consapevole, ci ha senz’altro ordinato di procedere a norma dei Sacri Canoni. Prima di iniziare il processo Canonico vi do il perentorio di giorni dieci, a cominciare da domani e cioè fino a tutto l’otto settembre, nei quali giorni se non presenterete la rinuncia da parroco di Trivio, voluta come sapete dalla Sacra Cong.ne, si procederà per il rpocesso di rimozione”.
L’ Invitatio

Con prot. 162/52 del 10 settembre 1952 fu spedito al Di Iorio un invito a rinunziare al beneficio parrocchiale di Sant’Andrea in Trivio. L’ Invitatio del Tribunale Ecclesiastico dell’archidiocesi di Gaeta dice: “Diletto a noi in Cristo, ecc…. Motivi straordinari, per verità di grave rilievo e di ordine superiore, impongono all’animo nostro di provvedere questa parrocchia di un nuovo Parroco e Pastore.
“Perciò, giusta i canoni 2147 – 2156, incaricati da noi due esaminatori Luigi di ampo ed Andrea de Bonis ed esaminato ed ottenuto il responso del loro consiglio formalmente ti invitiamo ed esigiamo che tu rinunci al Beneficio di Sant’Andrea Apostolo in trivio, che ora godi, lascerai spontaneamente e liberamente nelle nostre mani la medesima parrocchia nel tempo da noi e tra noi concordemente stabilito libero affinchè più in là possiamo pacificamente accordarci giusta quelle cose che sono prescritte dai Sacri Canoni.
“Ti esortiamo nel Signore che se fra 10 giorni dal ricevimento del presente non consegnerai a noi la predetta rinuncia, sarà da noi proceduto al decreto di rimozione anche previo processo disciplinare. “Intanto in verità siamo pronti a che tu comparisca al nostro cospetto in quanto secondo l’usanza possiamo manifestare le cause di rimozione. Gli argomenti in verità nei quali consistono le cause sono i seguenti: Inettitudine, cattiva amministrazione dei beni temporali = Can. 2147 & 2 n. 1-5. Questo ti viene notificato affinchè ti possa provvedere di debita difesa, secondo la legge, ecc. F.to Dionigio Casaroli Arcivescovo, Alberto Giordano Notaro.

Ancora non circostanziate le accuse

Il 20 settembre 1952 risponde il parroco alla Invitatio del Tribunale Ecclesiastico gaetano notificatogli ai sensi e per gli effetti del canone 2148 del codice di diritto canonico. Stralciamo: “Con mio grande rincrescimento non mi è possibile aderire all’invito di rinunciare alla mia parrocchia. Pertanto ai sensi del canone 2149 dichiaro, con il presente atto, di muovere rispettosa opposizione a detto invito. Mi permetto, pur sempre rispettosamente, di far osservare che nell’invito del 10 settembre 1952 si allude molto genericamente ad una imperitia e ad una mala temporalium rerurm administratio senza peraltro specificare gli argomenti e cioè le prove di queste asserite cause, così come tassativamente prescrive il chiaro disposto del can. 2148 & 2”.
Segue poi chiedendo una proroga di 30 giorni per poter addurre prove concrete anche con argomenti statistici, che possano appoggiare la sua opposizione pur non rinunciando peraltro alla eccezione pregiudiziale dianzi accennata di mancanza assoluta di argumenta nell’invito del 10 settembre. Afferma poi che è sempre pronto a passare in Curia quando il vescovo vorrà per avere di persona spiegazioni sulle cause della rimozione.

Copia dell’invito dell’arcivescovo a rinunciare alla parrocchia di Trivio

Scacciato dalla Curia

In un post scriptum il parroco conclude: “Superfluo aggiungere che una mia eventuale visita in Curia in ottemperanza all’invito dell’Ecc.za Vostra Rev.ma non dovrebbe essere una seconda edizione del ricevimento fattomi in occasione della sua recente festa anniversaria nella quale, alla presenza di tutto il clero della diocesi arcivescovile, non esitò a mettermi alla porta”.
Nella risposta vescovile del 22 settembre 1952 si legge, tra l’altro: “Ma le prove, vi ripetiamo, le abbiamo già avute, e giustificate dalla S.C. del Concilio, contro le quali nessun altra può valere di più e perciò riteniamo non essere prudente di mantenere ulteriormente questo stato anormale di cose dannoso alle anime e procederemo, tuta conscentia, a emettere il decreto che vi rimuove dal possesso del beneficio parrocchiale di S. Andrea Apostolo in Trivio”.

Si decreta la rimozione

Contemporaneamente alla lettera precedente il vescovo Casaroli preparava certamente il decreto di rimozione di don Raffaele dalla Parrocchia di Trivio perchè esso porta la data del 29 settembre 1952 e il numero 170/52 di protocollo.
In questo decreto, oltre all’inettitudine e alla cattiva amministrazione dei beni temporali, viene addebitata al Di Iorio anche un’altra colpa e cioè la perdita della stima presso i buoni e saggi uomini della parrocchia e dei luoghi confinanti.
In conclusione, le accuse si aggiungono alle accuse senza che esse siano mai circostanziate.

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