STORIA DI UN PRETE 8°

STORIA DI UN PRETE

 

Don Raffaele Di Iorio,

 

parroco di Trivio [8]

Formia: CAPITOLO VIII 
La memoria difensiva del parroco

Il 5 novembre 1952 il parroco di Trivio, don Raffaele Di Iorio, conosciuti finalmente gli addebiti che gli venivano mossi, può preparare la sua memoria difensiva che, da per sè stessa, rappresenta una sintesi della vita del tempo. 
Qui di seguito è riportata la trascrizione integrale del documento.


 

 

“A Sua Ecc.za Rev.ma l’Arcivescovo di Gaeta. – Memoria difensiva – “Il sottoscritto ha finalmente ricevuto in data 25 ottobre 1952 una comunicazione della Curia Arcivescovile di Gaeta con la quale vengono indicate le cause che – a giudizio dell’Ecc.mo Ordinario – hanno determinato i gravi provvedimenti presi sinora e contro i quali il sottoscritto si oppone con tutte le sue forze perchè sono illegittimi ed ingiusti. 
“La stranissima procedura adottata nel caso ci ha fatto assistere al curioso fenomeno di un invito rivolto reiteratamente e quasi imposto al parroco di Trivio a presentare le dimissioni, senza che gli fossero mai addebitati fatti precisi, alla sospensione dalle funzioni parrocchiali, ed infine ad un decreto di rimozione fondato sempre su accuse generiche e poco convincenti. Infine, quando la doverosa, ma rispettosa opposizione del sottoscritto ha messo in rilievo come per la mancata specificazione degli argumenta, ossia di precisi fatti addebitati al colpito, tutto il procedimento dovesse considerarsi nullo, solo allora si provvedeva a far sapere le ragioni della rimozione.

Don Raffaele Di Iorio anziano in una fototessera“Ma s’ingannerebbe chi volesse cercare nella comunicazione della Curia degli addebiti precisi di fatto: troverebbe soltanto di nuovo generiche accuse ed inconcludenti pretesti. Si che la coscienza del sottoscritto, mentre si consola perchè vede confermata la mancanza completa di ogni consistenza alle accuse infondate di cui ormai da gran tempo la si vuole tormentata, d’altra parte ne trae motivo di nuova amarezza, ma anche di nuova forza per reagire e difendersi contro tante angherie. “Esaminiamo dunque uno per uno gli argumenta, le mancanze che hanno provocato la nostra condanna. 
1) Il decreto della S.C. del Concilio del 31 maggio 1952 che riconosce l’incapacità del parroco don Raffaele Di Iorio ad adempiere i suoi doveri. 
Più che di una causa di imperizia, ci pare trattarsi, se decreto vi è stato, di un precedente alla cui autorità l’Ecc.mo Ordinario non ardisce di opporre, col Suo giudizio sereno, la verità dei fatti. 
Ma prescindiamo da ciò. Si è fatto cenno talvolta nella corrispondenza indirizzata al sottoscritto di una lettera della S.C. del Concilio, nella quale si consigliava di sostituire il parroco di Trivio; non si è mai parlato di decreto. E difatti di decreto non può trattarsi. 
La Sacra C. del Concilio non ha mai chiamato il sottoscritto a rispondere di colpe e di mancanze; alla S. C. C. sono soltanto pervenuti esposti a mio carico fatti molto probabilmente dalle stesse persone che, prive di carità ed in perfetta mala fede, mi accusano con tanto successo presso l’Ecc.mo Ordinario. La S. C. C. ha inoltre avuto dall’Arcivescovo di Gaeta comunicazione delle accuse rivolte contro di me e naturalmnte ha risposto in conseguenza. La Sua lettera può dunque servire solo a stabilire che nell’ipotesi che quelle accuse fossero vere, il vescovo avrebbe dovuto provvedere nel senso indicato; ma non possono davvero essere prova della veridicità delle accuse stesse! 

La S. C. C. avrà scritto all’Arcivescovo di compiere le opportune indagini e di provvedere se queste avessero comprovato la verità delle accuse. Sono state mai compiute queste indagini? E’ stato mai consentito al sottoscritto, prima di oggi, di esporre le proprie ragioni in contraddittorio coi propri detrattori? E se veramente la Congregazione avesse emesso un tale decreto, quale valore potrebbe esso avere, quando non sono state osservate in alcun modo le norme di legge a tutela dell’accusato? Non si lasci la penosa impressione di voler coprire il proprio ingiusto provvedimento con una pretesa precedente pronuncia di un Organo Superiore. 
2) La pretesa imperizia del rev. Di Iorio sarebbe poi provata dalla sua stessa domanda di un Vicario coadiutore, giacchè egli stesso avrebbe riconosciuto in questo modo di non essere capace, da solo, a reggere la parrocchia. 
Come è doloroso constatare che, quando si vuol colpire ad ogni costo, tutti i pretesti sono buoni! E qui si vuole approfittare della buona fede e dell’umiltà del sottoscritto per foggiare giustificazioni al proprio comportamento! 
Non è ignoto all’Ecc.mo ordinario che la proposta del sottoscritto di associarsi a proprio carico un vicario coadiutore nell’esercizio del ministero parrocchiale, fu soltanto una proposta avanzata per risolvere la situazione creatasi in seguito alle accuse infondate rivolte contro il parroco; questi allora, per spirito di sottomissione e di ubbidienza, propose al Vescovo che gli chiedeva di dimettersi per ragioni che egli non riteneva sufficienti, di venire incontro alle Sue preoccupazioni senza dover sottostare alla non meritata umiliazione di abbandonare la parrocchia, accollandosi il peso di un Vicario coadiutore. 
Non è onesto approfittare di queste dichiarazioni del parroco per trarne argomento di colpevolezza a suo carico! Leggasi a questo proposito la lettera inviata dal Rev. Di iorio al Vescovo il 30 giugno 1952. 3) Mancanza della cultura necessaria all’esercizio del ministero parrocchiale, provato dalla poca stima che ne ha il popolo (vox populi vox Dei). 
Ancora vaghi addebiti e non fatti precisi! 
Si noti soltanto che il Rev. Di Iorio è parroco a Trivio dal lontano 1924. 
Egli ha retto dunque una parrocchia difficilissima per 28 anni, dove nessun altro sacerdote ha resistito per tanto tempo. Dopo quasi tre decenni, nel corso dei quali la sua opera è stata sempre riconosciuta ed apprezzata dal Vescovo, ci si accorge improvvisamente che egli non ha la cultura necessaria per fare il parroco. Che dire di ciò? Se non ce lo impedisse il rispetto per Chi ha formulato questo appunto, dovremmo dire che si tratta di miseri pretesti, falsi ed infondati, architettati soltanto per sostenere accuse altrettanto infondate e calunniose. 
Ci si espongano fatti e non vaghe accuse! Ci si dica chi del popolo ci disistima, ci si mostrino le lettere pervenute in Curia; non ci si limiti a ripetere col proverbio Vox populi vox Dei. E non si tema di mettere alla luce accuse ed accusatori: la verità è luce e le tenebre giovano soltanto alla menzogna ed ai falsari! 
La verità è che il popolo di Trivio è unanimemente insorto avverso la persecuzione di cui è stato fatto oggetto il suo parroco. Tanto è vero che in quell’occasione il Vescovo trovò modo di accusare il parroco di sobillazione e fece intervenire l’autorità civile di Pubblica Sicurezza con grave scandalo di tutti. Ebbene, come può un popolo che non stima il proprio parroco e non lo vuole più, ribellarsi poi ai provvedimenti che si prendono proprio in questo senso a carico di lui? O – diciamo pure come preferisce il Vescovo – come si spiega che un popolo che non può più sopportare il parroco si lasci poi sobillare da lui, proprio quando ha ottenuto lo scopo, e contro il vescovo che vuole allontanare il parroco? 
Forse la colpa è della nostra poca cultura, ma non ci pare che ci sia molta logica in queste contrastanti affermazioni. 
Vorremmo che si potessero leggere le lettere dei Triviesi ora in America i quali non inviano più oboli per la Festa del Patrono perchè non c’è più il loro caro parroco! Con quanto affetto si esprimono! Altro che disistima! 
E non ricorda il Vescovo tutte le volte che gente di Trivio è andata a Gaeta (e non è stata nemmeno ricevuta) per perorare la causa del sottoscritto? Anche costoro fanno parte di quel popolo, che è vox Dei. 
Ad ogni modo, poichè la legge ce lo consente, indichiamo i nomi di alcune persone che possono essere sentite come testimoni su questi fatti: 
Pasquale Gallinaro – Sindaco di Formia; 
Giovanni Guglielmo fu Luca – Trivio; 
Luciano Parente fu Giuseppe – Trivio; 
Vincenzo Cardillo fu Giovan Battista – Trivio. 
Vogliamo infine ricordare come le condizioni della parrocchia di S. Andrea in Trivio non siano affatto peggiori di quelle di tante altre parrocchie della Diocesi di Gaeta. E a questo proposito si potrebbe opportunamente invocare il proverbio Vox populi vox Dei, perché tutti sono a conoscenza di questo. Ora, se la situazione è comune, il fatto che sia colpito soltanto il parroco di Trivio induce a pensare che altri motivi, non quelli ufficialmente dichiarati, spingono la mano del Giudice a condannare e colpire. 
4) Si parla poi di cattiva amministrazione del beneficio. Anche qui le accuse non si sostanziano di fatti concreti e restano nel vago. 
E’ vero che fu affiancato al parroco un amministratore, il quale però una sola volta fece una visita a Trivio e poi non si curò più della parrocchia. 
L’amministrazione è stata sempre tenuta dal parroco con tutta la sua buona volontà fin dal 1924. 
Dopo la guerra – perchè è a questo periodo che si riferiscono le accuse di incapacità – il beneficio era ridotto naturalmente in cattive condizioni. 
Ebbene, fu soltanto per gli sforzi del parroco (restato in parrocchia in condizioni assai precarie) se si riuscì ad ottenere dal Genio Civile la riparazione di buona parte dei danni della chiesa e della canonica: ben tre lotti di lavori sono stati eseguiti a tutt’oggi. 
Mentre il quarto lotto non è stato ottenuto soltanto per l’incuria degli uffici diocesani che avrebbero dovuto confermare la richiesta del parroco presso il Genio Civile di Latina, e non l’hanno fatto, nonostante le istanze del sottoscritto (v. lettera che si allega in copia, rimasta senza risposta). 
Per quanto riguarda i fondi rustici del beneficio, è ben nota alla Curia la cura adoperata dal parroco nella scelta dei coloni che li coltivassero e nella stipulazione dei contratti: prova palmare è il contratto stipulato con il sig. Giuseppe Forte, di cui esiste copia negli archivi della Curia, nel qual contratto si ottenne l’accollo dei contributi unificati da parte del colono ed altre condizioni di favore. Inoltre si allegano copie di altri contratti stipulati con altri affittuari in epoche diverse e conservati in originale dal sottoscritto. Può definirsi questa cattiva amministrazione? Si allegano anche le bollette dell’imposta fondiaria, regolarmente pagata a tutt’oggi. E’ questa cattiva amministrazione? 
Quanto ai canoni enfiteutici, c’è molta difficoltà ad esigerli attualmente, data la loro recente rivalutazione a 16 volte il loro primitivo valore; nè conviene di fare dei giudizi per obbligare gli enfiteuti a pagare, data la misera somma dovuta da ognuno. Si allega comunque blocco di ricevute relative ai canoni del 1952 (nella misura maggiorata) solo in parte pagati. E’ questa cattiva amministrazione, incuria del parroco? 
Certo è che quando questi si rivolge agli uffici diocesani per assistenza (come quando ha richiesto la collaborazione di quello amministrativo per la compilazione dei quadri esecutivi dei canoni enfiteutici), non è mai riuscito a trovare qualcuno che lo ascoltasse. Si è sentito anzi dire: ‘Li paghi tu gli impiegati per far funzionare gli uffici in Curia?’. E’ anche questa cattiva amministrazione, ma non certo del parroco! 
“Concludiamo, ripetendo che siamo a completa disposizione del Giudice per tutto quello che potrà giovare ad un giudizio sereno ed equo, pronti a riconoscere se abbiamo errato, come a tutti può capitare a questo mondo; ma altrettanto pronti a difendere il nostro buon nome di sacerdote e di parroco. 
Con la massima osservanza. Sac. Don Raffaele Di Iorio”. 

Ma il Vescovo insiste sulla sua posizione ed, anzi, arriva addirittura a proporre al vecchio sacerdote di sostenere un apposito esame scolastico per stabilire se possieda o meno la “scienza” per poter svolgere il suo ministero sacerdotale. 

Forse le ragioni vere di questa dolorosa vicenda stanno racchiuse proprio in questa frase riportata nella memoria difensiva: “Mentre il quarto lotto (della ricostruzione della chiesa, n.d.r.) non è stato ottenuto soltanto per l’incuria degli uffici diocesani che avrebbero dovuto confermare la richiesta del parroco presso il Genio Civile di Latina, e non l’hanno fatto, nonostante le istanze del sottoscritto (v. lettera che si allega in copia, rimasta senza risposta)”. Prima la rinuncia e poi la rimozione del parroco avrebbe coperto l’inefficienza degli uffici diocesani e, nel contempo, evitata qualsiasi protesta del parroco e le conseguenti responsabilità del vescovo verso i propri superiori.