LUTTO MARANOLA PIANGE IL SUO MEDICO

MARANOLA PIANGE IL SUO MEDICO

 

DOTT.  ANTONIO DE MEO

 


Dopo Ninotto e Vittorio, ora anche Antonio “il dottore” ci lascia. Anche Lui faceva parte di quei “Giovani della Parrocchia”, di cui ho fatto riferimento in qualche altra mia riflessione, su quegli anni ruggenti del dopoguerra, quando le nostre esperienze adolescenziali si facevano ispirandoci ai comportamenti di quelli più grandi e più fortunati di noi.

Ed Antonio De Meo, è stato per me, e forse anche per molti altri, un punto di riferimento, un fratello maggiore, quasi vorrei dire senza retorica, perché la mia adolescenza l’ho trascorsa per la maggior parte anche con Lui che mi aiutava e mi sosteneva, quando già orfano di padre persi prematuramente anche la mamma.

 

 

Abitavamo allora nella stessa via, Via Tre Ponti, e la mia frequentazione della casa era quasi quotidiana,e non solo per farmi aiutare alla risoluzione dei compiti scolatici.

Il giovane Antonio, era di una intelligenza brillante, di una memoria di ferro, come suol dirsi ed un aiutino non lo negava a nessuno. La disgrazia che lo aveva colpito da bambino, sembrava non gli pesasse alcunché. Era sempre attivo e intraprendente, aveva in Ninotto e soprattutto in Vittorio amici sinceri e disponibili che lo sostenevano anche letteralmente quando ancora la tecnica non era venuta in suo aiuto.

Anna D’Elia mi ha oggi raccontato, parlandomi della sua improvvisa scomparsa, come il padre, avesse la spalla della giacca consumata perché Antonio vi si appoggiava, quando insieme salivano le scale del Liceo classico di Formia, che avevano entrambi frequentato.

Ricordo quando d’estate lo accompagnavamo all’Auciana, lui in groppa all’asino, seguito dal fido Giovanni, ci recavamo nel casolare, che già durante la guerra per la bontà della madre “donna Filomena” aveva ospitato tante famiglie, sfollate da Formia.

E lì, sotto la pergola, passavamo il tempo in interminabili partite a carte, dove Antonio si dimostrava invincibile, perché ricordava in modo straordinario ogni carta che doveva uscire e non era facile batterlo alla scopa, né tanto meno al tresette. Ma quello che più ci appassionava quando, durante le vacanze, tornado da Napoli, dove risiedeva per frequentare l’università, nella facoltà di medicina, ci parlava della bella città partenopea, facendoci sognare le incomparabile sue bellezze.

Ma ancora di più, e di questo Pia ne è buon testimone, quando ci raccontava, l’ultimo film a cui aveva assistito facendocelo rivivere, sequenza per sequenza in modo minuzioso. Forse conservo ancora da qualche parte “Il Conte di Montecristo” di Dumas, il primo libro che mi regalò e che mi fece appassionare tanto alla lettura.

Ma ci parlava anche dei suoi studi, impressionandoci quando ci raccontava degli esami più difficili sostenuti: Patologia medica, anatomia,ecc. e ci erudiva anche parlandoci delle malattie infettive, di quelle veneree, allarmandoci a stare molto attenti e mostrandoci anche disegni e foto dei suoi ponderosi volumi.

Cose apprese dalla sua viva voce, che non ho più dimenticato. Come non dimenticherò mai le lunghe notti passate nella sua casa paterna, quando durante le festività natalizie, tutti adolescenti invadevamo il salone al pianterreno, per giocare lunghe ed interminabili partite al “sette e mezzo”. Ma poi diventando più grandi, potevamo affacciarci al tavolo degli adulti, cimentandoci anche con il poker, ma non tutti erano in grado di competere con lui e con il cognato Livio, che per noi sembravano dei “mostri sacri” almeno nel gioco. Poi la laurea, la condotta di Maranola e diventammo tutti suoi pazienti.

Quasi tutto il paese era da lui assistito e tutti lo possono testimoniare: la sua professione era non solo medica, ma soprattutto umana. Antonio si compenetrava in quelle che erano anche le sofferenze dell’assistito. Si leggeva nel suo volto il dolore, quando doveva diagnosticare ed annunciare un brutto male. E poi era scrupoloso, esigente, intollerante quando non si eseguivano le prescrizioni e le medicine somministrate. Alla visita successiva,era capace anche di alzare la voce e minacciare inconvenienti incurabili.

Antonio era sempre disponibile, a qualunque ora e in qualsiasi posto fosse chiamato, anche se doveva fare enormi sacrifici. Al massimo poteva uscire dalla sua bocca una imprecazione:”Ah, Santanderra!!” Donna Filomena, la madre che era assai religiosa, così come tutta la famiglia,credo che Antonio, non si sia mai perso una Messa,in tutta la suq vita, quando per le prime volte lo sentiva imprecare a quel modo, lo rimproverava aspramente. Ma inutilmente il figlio si sforzava di farle capire che Santander non era una santa, ma una città spagnola.


Addio Dottore Antonio”, i maranolesi ti sono grati e piangendo la tua scomparsa ti ricorderanno per sempre.

Profnonno

 

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