La casa di joe

LA CASA DI JOEalternate

(ad Angelo Ragusa, Joe per tutti, che ci è scappato di mano in una notte di maggio guardando le stelle)



La casa di Joe è appesa al mare. La casa di Joe è quattro mura ed un tetto di paglia attaccati alla pancia della montagna là dove appare più nuda, vulnerabile, senza vegetazione che la protegga. Solo arbusti e ciuffi d’erba, e una manciata di ginestre che in primavera colorano di giallo quel ventre di terra scuro. Una quercia tutta rinvigorita è l’unico albero che gli sta intorno e dà ombra alla casa dalla parte del bagno. Giù in paese sostengono che stia lì per caso, per una scommessa antica fatta risalire al periodo dell’incontro tra il generalissimo Garibaldi e Vittorio Emanuele di Savoia, a Teano. Una scommessa mai passata all’incasso, visto che i contraenti si sono guardati bene dal ritornare a casa per rifarsi una vita. Una croce lontana li ha segnati in eterno.

La casa di Joe è attaccata alla montagna, ma ha le finestre che danno sul mare e quando soffia il vento, il vento che da ponente schiaccia sulla terra i richiami dei delfini e le voci suadenti delle balene, allora sì che le senti cantare.

Sono Anime perse nei giochi di vita, Anime straziate dall’amore e da certune passioni incontenibili, Anime sopraffatte dalla prepotenza di chi sa correre a tutto spiano, Anime che si danno appuntamento nella casa di Joe per non soccombere al peso dell’indifferenza che alimenta il ‘mal di vivere’. Basta un solo minuto per il grande salto, un attimo di coraggio… e poi via a veleggiare nel fantastico mondo del surreale, fuori dagli schemi, fuori dalle regole che l’apparato perbenista detta per potersene mascherare. Tutte anime vinte, dico, per lo più divorate dentro, che se ne stanno nella casa di Joe per non disperdersi troppo, per non morire tra le tempeste e gli uragani del conformismo intellettuale. Ognuna con la propria voce, ognuna che canta per sé, ma l’insieme delle voci si fondono in un coro armonioso che cresce, che si spalanca a spazi colorati, ad orizzonti imprecisati e vola via coi gabbiani. Allora sì che le vedi danzare, vedi le loro bocche schiudersi in una smorfia di dolore ancor prima del sublime abbraccio, vedi quei corpi sdraiati sui legni della casa in cerca dell’attimo che risolve ogni disputa, ogni malumore, ogni forma di rassegnazione alla vita ingrata. Se stai lì, e non sei prevenuto, ne rimani coinvolto, ed il coinvolgimento è totale, e ti accorgi che vieni sollevato da terra e trasportato dove vuoi… via con chi vuoi. Tutte le sicurezze create attorno crollano, si sfaldano in un momento solo, e sono i muri di convenienza, gli steccati della mente, che finiscono inevitabilmente per diventare una prigione, una sorta di freno alle motivazioni da dare alla vita. Ma nella casa di Joe i muri non esistono, i pochi edificati crollano attimo dopo attimo, e lo spazio che ti si apre davanti è enorme, un mare infinito come il firmamento dove si naviga in lungo e in largo su battelli spinti dal vento cosmico: le autostrade dalla mente. Sono sensazioni sconvolgenti che partono dalla testa, da un luogo remoto dai toni grigio – argentei, e che si diffondono ovunque ci sia del sangue che scorre, ovunque appaia un rigagnolo rosso che avvolge gli organi sensibili più segreti; li accarezza, li nutre, li fortifica con la linfa vitale della sua massa di globuli rossi. Sono momenti di connubio, di intrigo perfetto, che prendono origine da quelle boccate anonime e prolungate di fumo grigiastro, da quei risucchi di erba bruciata, e l’odore di canapa indiana si sviluppa tutto intorno alla casa.

E la casa ne è invasa,

e la casa ne respira gli umori,

e quel respiro lungo e affannoso contagia come fa ogni malattia tropicale, un virus che avvolge i corpi, stravolge le anime di quei corpi e le macella. Quel respiro comune è una voce profonda che racconta storie di terre lontane, di orchi, di fate, di elfi aggrappati a steli di fiori profumati che qualcuno fa rivivere sulla pelle come tatuaggi, come parte di sé, di quella pelle contaminata e marchiata. Sono assaggi di profonda commozione che rilassano. Sciolgono i muscoli, allentano le tensioni, predispongono al sonno dei vinti.

E la casa di Joe diventa la casa di tutti. Tra la montagna e il mare, tra il sogno e la realtà, tra il pubblico e il privato, tra l’essere e l’apparire.

C’ero anch’io quella sera, e sono entrato nella casa di Joe insieme agli altri, e mi sono seduto sul pavimento con gli altri. Davanti a me è scorso un fiume di ricordi; acqua limpida, e subito dopo acqua torbida, ed io su una barchetta che l’attraversavo. La corrente mi spingeva lontano, non vedevo più l’altra sponda ed io che remavo, che le remavo contro. Guardai l’acqua del fiume scorrermi ai lati… e vi lessi di me, delle tante cose fatte, ma soprattutto di quelle non fatte e che lasciano l’amaro in bocca.

Volevo capirci,

volevo capirmi.

Abbandonare la razionale predisposizione ad affrontare la vita in modo attento e misurato e lasciarmi finalmente andare sull’onda lunga del non senso. Per una volta lasciarmi andare… una volta sola, sul pavimento incoerente della casa di Joe.

La corrente all’improvviso allentò la presa ed io guadagnai la riva, ma non ero solo sulla riva, mi stava accanto Elsa, la donna amata anni prima e che scioccamente s’era concessa ad un altro. Le chiesi di darmi una mano a rimettere in ordine quel groviglio di pensieri che mi erano piovuti addosso e gestivo malvolentieri, e nel fumo denso ed acre che avvolgeva tutti nella casa, la vidi sorridere ed annuire.

Mi avrebbe aiutato a vincere la rassegnazione.

Terribile rassegnazione… e si prova a ricominciare, a ricostruire il percorso interrotto su una terra straniera, a cercare un’altra fonte per abbeverarsi, nutrirsi, un’altra mano da stringere, un altro volto da accarezzare, un’altra donna da amare.

Aah!… le cose dell’amore.

Quante menzogne si dicono durante l’amore, e quelle promesse solenni e definitive che si infrangono sul primo scoglio trovato in mare. E non puoi farci niente, proprio un bel niente, perché sulle cose dell’amore non c’è legge che tenga, siamo dei perfetti ignoranti oltre che egoisti. E si mente, spudoratamente si mente, senza ritegno si mente, pensando magari di essere eterni.

All’improvviso i fumi vaganti allentarono la presa, gli orizzonti si modellarono sulle misure di sempre, e le pareti della casa tornarono a posizionarsi, circoscrivendo spazi e volumi. La finestra affacciata sul mare venne spalancata al vento della sera, e l’aria frizzante e vagamente salmastra che saturò gli ambienti contaminati, contribuì a restituirci la dimensione propria, quella di Anime ancorate ad un destino di insoddisfazione, di solitudine, di disadattamento.

Lasciai la casa in punta di piedi percorrendo un sentiero che portava a valle in tornanti sempre più ampi e ben disegnati. Una falce di luna s’era impadronita di me e mi faceva l’occhiolino.

Fermati!, mi diceva.

Voltati!, mi faceva,

e mi sono girato a guardare; l’enorme quercia sovrastava la casa come per volerla abbracciare, per volerla proteggere da un male oscuro ed arcano.

Puntai dritto giù in basso, le case del paese erano sempre più vicine e ben illuminate.

Non vi tornai più nella casa sospesa tra la montagna e il mare, né sentii il desiderio di informarmi ulteriormente sulle cose accadute. Seppi soltanto, e non troppi mesi fa, che un paio di vecchie conoscenze si erano perse completamente; qualcun altro s’era dato alla politica di comodo, e che Joe se n’era andato in silenzio.

“Ci è scappato di mano, mi ha fatto una voce dai toni vagamente familiari. Ci è scappato di mano così, serenamente, in una notte dal profumo di lavanda e di ginepro, guardando le stelle. Sorrideva.”

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