IL TONDO DI MARANOLA

I RACCONTI DEL TONDO 1-
Zio Salvatore campione e la Sua Grande Guerra
In questi giorni si fa un gran parlare del Tondo, o Seggio. come vuol che si chiami, da parte del prof. Gerardo De Meo; io continuo a chiamarlo Tondo, perché questo è l’appellativo popolare, così l’ho sentito sempre nominare da tutti, almeno da quella gente, la plebe, che intorno si sedeva, per “risfiatarsi” al ritorno dal lavoro, prima di entrare in paese, o quando dopo cena, soprattutto d’estate, si riusciva per passare un po’ il tempo, prima di andare a dormire, quando radio e Tv a Maranola non imperversavano ancora. E sì, il Tondo era il luogo popolare, l’Agorà della povera gente, gli altri, i benestanti e benpensanti del paese, si riunivano un po’ piu’ in là, verso la Cantina di Olimpia, nell’aristocratico Circolo Cacciatori, dove si passava il tempo nelle interminabili partite con le carte “francesi”: il ramino, la scala quaranta e lo sconosciuto ai più “pinnacolo”.Finalmente ora “Alea jacta est” (il dato è tratto)e la rostrutturazione del Tondo è avviata, anche se ci appare come l’oggetto sconosciuto da scoprire man mano che si portano avanti i lavori.

 

Tempo fa, feci una proposta quasi provocatoria, quella della ricostruzione sul tondo dell’antico Rivelino, abbattuto nel 1872 dall’allora Sindaco di Maranola – Trivio Carlo Filosa; suscitò qualche interesse soprattutto in maranolesi residenti all’estero più che in quelli residenti in loco. Alcuni non hanno percepito il mio intento che non era quello di ostruire l’ingresso al paese con un torrione, bensì innalzare sul tondo una struttura che ricordasse la forma più che le dimensioni dell’antico monumento. Ma da chi conta nell’ambito dell’amministrazione comunale di Formia, fui ammonito a non mettere ancora altra carne al fuoco, perché il progetto portato avanti ormai da troppo tempo si sarebbe bloccato per essere rinviato sine die con la scusa di modifiche ed integrazioni. Comunque la mia proposta ottenne la promessa della convocazione di un’ assemblea popolare, informativa del progetto, presso la delegazione comunale da tenersi prima dell’inizio dei lavori per rassicurare della correttezza della realizzazione e per recepire eventuali proposte migliorative. Cosa chenon avvenne mai!!

Mi auguro che comunque venga rispettato lo spirito originario del progetto che a suo tempo redasse un tecnico compaesano Silvio Forte.
Io da ragazzetto frequentavo il Tondo, nei primi anni del dopoguerra, attratto insieme ad altri compagni dalle storie che ivi si narravano. Quelle fantasiose di maghi e streghe, le Janare, che “scuncicavano” i neonati in culla e che di notte entravano nelle stalle e prelevavano i cavalli e se ne andavano a cavalcare verso la Fossa de Massaraccio dove c’era una grande quercia e lì si riunivano (come a Benevento) le streghe, le nostrane janare, per ordire i loro trucidi disegni. A me appassionavano di più le storie narrate dai reduci e combattenti, su episodi di guerre vere, quelle che avevano visto impegnati in prima persona alcuni dei personaggi che sedevano intorno al Tondo. Vorrei incominciare proprio dal più vecchio che in quel tempo era un assiduo frequentatore del tondo, sedeva puntualmente nel poggio, dando le spalle al muro del locale che fino a qualche decennio fa ospitava l’Ufficio delle Poste.
Lo chiamavamo “Zì Savatore de Campione”. Era un tipo non molto espansivo, un po’ scontroso e facilmente irritabile. Per fargli raccontare le sue vicissitudini patite nelle trincee al freddo e alla fame, durante la Grande Guerra, doveva entrare in conflitto con qualche altro narratore, che secondo lui non era attendibile. E così incominciava lui il suo “racconto” fatto di nomi veri, situazioni a volte tragiche, ma verosimili e si esaltava quando vedeva intorno l’uditorio attento e comprensivo nei suoi confronti. L’episodio che raccontò una sera ancora lo ricordo anche se i dettagli mi sfuggono, essendo ormai trascorso oltre mezzo secolo. Ci parlò quella sera di un giovanissimo soldato, “un ragazzo del 99 “ quello dell’ultima chiamata dopo la disfatta di “Caporetto”. Veniva dalla Sicilia e dal sole della Trinacria alle nevi alpine, non si sentiva proprio a suo agio. Aveva in tasca una foto della bellissima ragazza che prima di partire aveva portato all’altare. Ne sentiva una grande nostalgia e qualcuno di notte lo aveva sentito anche piangere mentre pronunciava il nome di Rosalìa e baciava la sua immagine. Più passavano i giorni e più il giovane Siciliano, Alfio, mi sembra che si chiamasse, e più si intristiva non riuscendo a sopportare non solo il freddo e gli stenti della trincea, ma soprattutto la lontananza dalla giovane sposa. E così una notte si sentì un colpo, zio Salvatore de Campione , a suo dire, che era nei pressi accorse al grido di Alfio che si teneva il piede lamentandosi. Si era ferito, mentre puliva la sua arma, inavvertitamente, così disse ai superiori; ma poi si scoprì che per tornarsene a casa si era sparato da sé un colpo al piede col glorioso moschetto 91. Così il giovane fu mandato a casa in convalescenza e potè godere per alcune settimane dell’amore della bella mogliettina.Dopo qualche mese, Alfio ritornò, guarito, ma all’asalto della baionetta ci rimise la vita, lasciando vedevo la bella Rosalìa. Questo ci raccontò quella sera zio Savatore de Campione e per premiarci che eravamo stati attenti e comprensivi verso di lui, tirò fuori dal taschino del gilet la sua “tabacchera” di osso lucido, la aprì e offrì una “pizzicata” del suo tabacco. Io mi rifiutai,perché ne avevo fatta già esperienza, ma un mio amico, più coraggioso, volle assaggiare e prese un po’ di tabacco e se lo iniettò nelle narici, come usavasi, ma l’effetto fu che cominciò a sternutire in modo incontinente, fra le risa, di tutti, in modo particolare di Zì Savatore, che fra l’altro era anche molto “dispettoso”. (Pofnonno)

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