Seminaria Sogninterra 2016 MARANOLA Un chilometro in scala reale

Seminaria Sogninterra 2016

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1 settembre – 3 settembre Maranola

www.seminariasogninterra.it

☛ english text below

Un chilometro in scala reale

Torna nel borgo medievale di Maranola, affacciato sul golfo di Gaeta, il festival biennale d’arte ambientale Seminaria Sogninterra, l’① ② ③ Settembre 2016.

Tra vicoli, torri, spazi pubblici e privati, in un percorso espositivo di un chilometro, 15 artisti provenienti da tutta Italia e dall’estero si sintonizzano sulle frequenze sociali e geografiche del paese.
Il tema è la scala 1:1, che indica il rapporto tra l’opera d’arte e la realtà, una relazione e la necessità di un dialogo alla pari, per riappropriarsi dello spazio in maniera dialogica, con installazioni in scala d’uomo, che creano ambienti vivibili in cui il pubblico può immergersi e mettersi in gioco nello spazio e nel corpo dell’opera, completandone il senso.

Guidati dalla direzione artistica di Isabella Indolfi e Marianna Fazzi, gli artisti Emanuela Ascari (Maranello, Italia), Laura Cionci (Milano, Italia), Alexandra Dementieva (Brussels, Belgium), Davide Dormino (Roma, Italia), Anna Frants (New York, USA), Alexei Kostroma (Berlin, Germany), Giacomo Lion (Roma, Italia), Aurora Meccanica (Torino, Italia), Gino Sabatini Odoardi (Pescara, Italia), Stalker (Roma, Italia), Saverio Todaro (Torino, Italia) e Delphine Valli (Roma, Italia), sono chiamati a dialogare col borgo attraverso opere site specific come video, sculture, installazioni, lavori multimediali, relazionali o performativi.

Gli abitanti e i volontari del paese faranno il resto adottando gli artisti e aprendo al pubblico le proprie case; il loro coinvolgimento è, infatti, la chiave che permette a questo festival indipendente di portare l’arte contemporanea fuori dai musei e dalle gallerie, dritta nella vita della gente, con la convinzione che una produzione partecipata e una distribuzione libera possano fornire un modello alternativo allo sviluppo economico, culturale e sociale del territorio.
Così, partendo dalla riflessione sull’arte quale strumento per conoscere e reinterpretare la realtà, Seminaria restituisce agli abitanti e ai visitatori il senso di appartenenza e di condivisione delle storie e degli spazi pubblici e privati, nell’intento di controvertere con leggerezza gli schemi asfittici dell’abitare contemporaneo.

Inserita nel catalogo 2016 di Lazio Creativo tra i 10 progetti artistici più interessanti della Regione Lazio, SEMINARIA ha una rete di collaborazioni nazionali e internazionali: si sancisce per il 2016 l’importante partnership con la Fondazione Romaeuropa e Digitalife, che da due anni ha attivato un proficuo scambio di idee e artisti; mentre è recente la collaborazione con il Cyland Media Art Lab di San Pietroburgo; infine, tra le realtà del territorio sudpontino, Seminaria collabora con la Pinacoteca Giovanni da Gaeta, il Museo dell’Agro Pontino, il Festival di Musica Elettronica Esperimenti di Gaeta e il Teatro Bertolt Brecht di Formia.

In particolare, ESPERIMENTI curerà la parte musicale di SEMINARIA, in una tre sere di musica elettronica che animerà la piazza di Maranola con questo programma:
– Giovedì 1 Settembre _ Esperimenti Soundsystem (dj set)
– Venerdì 2 Settembre _ K’an (live)
– Sabato 3 Settembre _ Lemon Lights (live)

#‎ARTISTI‬ ‪#‎seminaria2016‬

EMANUELA ASCARI esplora la relazione tra l’uomo e l’ambiente assecondando una tensione verso la terra, alla ricerca di forme di una ecologia del pensiero, tra natura, cultura ed ecosistema. Rielabora paesaggi cercando connessioni tra landscape e mindscape. �Nel 2015 ha partecipato al programma Artisti in Residenza del MACRO, Roma, dove ha esposto gli sviluppi del lavoro “Ciò che è vivo – culture tour”, presentato anche alla Fondazione Baruchello, Roma, e al PAV di Torino. Nel 2016 è stata in residenza a Utopiana, Ginevra, e nel 2013 a SOMA, Città del Messico. Sempre nel 2013 è stata invitata al progetto GAP – Global Art Programme, in residenza presso Moly-Sabata, Sablons, France, dove realizza la mostra personale Risque Acceptable, con Art3, Valence. Nel 2012 GuilmiArtProject, Vis a Vis-Artists in residence, Guilmi (CH) e C.A.R.S. Cusio Artist Residency Space, Omegna (VB). Nel 2013 ha ricevuto una menzione speciale al Premio Un’opera per il Castello, Napoli, e nel 2011 una al Premio Artivisive San Fedele, Milano. Nel 2009 ha vinto il Premio Iceberg, Arte Pubblica, Bologna. Espone in mostre personali e collettive in Italia e all’estero.

MANTENIAMO LA NOSTRA MONTAGNA PULITA FORMIA 2016

La cima del Redentore, Parco naturale regionale dei Monti Aurunci, è una delle tante bellezze di Formia. Il suo patrimonio naturalistico e la sua conformazione lo rendono un elemento identitario per la città, un luogo di estremo interesse, un simbolo imponente che da sempre sovrasta il centro cittadino.
Questa montagna a pochi chilometri dalle località balneari, racchiude inoltre uno straordinario potenziale di ricchezza e attrattività turistica.IMG-20160818-WA0019

Tuttavia, nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione, sono ancora frequenti episodi di abbandono di rifiuti lungo le strade e in aree verdi, provocando un danno all’ambiente, al decoro e anche economico.

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(prima)                                                                (dopo)

Pensiamo ad esempio alla plastica, che se dispersa nell’ambiente diviene uno dei maggiori inquinanti. La sua caratteristica è quello di essere un materiale leggero che, disperso dal vento, può facilmente raggiungere le aree più impervie, può essere ingerito dagli animali o provocare incendi liberando in atmosfera agenti tossici. La plastica non si biodegrada, se dispersa in natura, l’azione del vento e del sole, negli anni, la riducono di dimensione fino a farla entrare nella catena alimentare degli animali, provocandone spesso la morte.

“La fruizione di questi luoghi naturalistici richiede comportamenti di maggiore sensibilità, responsabilità e civiltàcommenta l’amministratore unico della Fromia Rifiuti Zero Raphael Rossi –. “Abbandonare rifiuti nell’ambiente è un comportamento sanzionabile per legge nonché un costo per la collettività in quanto obbliga l’azienda a bonificare il sito attraverso turni di straordinario.  Il nostro obbiettivo sarà quello di adottare tutte le misure necessarie al fine di prevenire o comunque disincentivare questi comportamenti. Sarà incrementato il servizio di vigilanza operato con i vigili urbani e per i trasgressori verranno erogate sanzioni sempre più rigide”.

 

Storia di Formia e dei suoi monumenti” – Capitolo 8: “La nascita dei borghi di Castellone e Mola”

Borgo di Castellone-Disegno di Pasquale Mattej(1847)

“Storia di Formia e dei suoi monumenti” – Capitolo 8: “La nascita dei borghi di Castellone e Mola”

 

di Gianrico Iaccarino

Dopo aver devastato l’antica Formiae, i Saraceni assediarono anche Gaeta, ma inutilmente. Essi si accamparono poi tra la foce del Garigliano ed il colle dove sorge l’attuale Minturno (che fino al 1879 si chiamava Traetto). Alimentati anche dalla presenza di altri Arabi provenienti dalla Sicilia (la quale a partire dall’827 con lo sbarco di Mazara del Vallo stava subendo la progressiva conquista musulmana), i Saraceni si attestarono in un territorio al fine di procedere le incursioni verso l’interno dell’Italia centro-meridionale, trasformando così il primitivo insediamento nella colonia stabile del ribat.

E proprio da qui partirono in due successive operazioni belliche per assediare e devastare anche le due grandi abbazie benedettine di San Vincenzo al Volturno e di Montecassino. Per eliminare questa loro pericolosa colonia, fu costituita nel 915 una Lega capeggiata da papa Giovanni X e di cui furono membri il duca di Gaeta Giovanni I, patrizio dell’Impero romano d’Oriente, quello di Napoli Gregorio e i principi longobardi di Salerno, Capua e Benevento. Nell’agosto dello stesso anno i Saraceni furono completamente sconfitti presso il fiume Garigliano e la loro colonia venne quindi distrutta. A ricordo della disfatta dei Saraceni nel 920 il duca di Gaeta fece edificare sulla riva destra del Garigliano una torre che fu poi demolita nel 1829 per utilizzare i macigni per la costruzione del ponte pensile in ferro sullo stesso fiume. Inoltre, tra il 930 e il 960 sulla riva sinistra del Garigliano fu fatta costruire dal principe longobardo di Benevento e di Capua Pandolfo Capodiferro (detto anche Testa di Ferro) un’altra torre che, restaurata negli anni ’30 dal ministro della Pubblica Istruzione, il minturnese Pietro Fedele, fu distrutta dai Tedeschi in ritirata durante la seconda guerra mondiale. Il fatto stesso che il duca di Gaeta Giovanni I avesse edificato la torre che prima abbiamo menzionato significò anche, in un certo senso, l’atto fondativo di una realtà territoriale, quale era appunto il Ducato di Gaeta, che andava dal Canneto di Terracina e arrivava fino al Garigliano: un’entità politica dotata per di più di una notevole autonomia in quanto l’autorità dell’imperatore d’Oriente era divenuta ormai solo formale.

Si apriva così una lunga fase di stabilità che portò sui resti dell’antica Formiae nel corso del X secolo alla formazione e al progressivo consolidamento di due nuclei insediativi: Mola e Castellone. Il primo si svilupperà come rocca della civiltà contadina, il secondo come borgo legato alle attività di pesca. Il destino di Mola dipenderà per molto tempo dal reticolo commerciale e di trasformazione, che gli consentirà di mantenere strettissimi rapporti con Gaeta. Invece la sorte di Castellone sarà determinata dalle vicissitudini dell’antica cattedrale di Sant’Erasmo. Dalla chiesa e dal cenobio annesso (come vedremo più avanti) prenderà poi avvio una forma di signoria feudale, spirituale e temporale nello stesso tempo, da parte degli abati benedettini, dapprima cassinesi e poi, raggiunta l’autonomia, secondo la consuetudine monastica, castellonesi.

Per quanto riguarda Mola, ne parlò già Leone Ostiense nell’880 quando definì la zona bassa di Formia “ad Molas”. Infatti pressappoco in questo stesso periodo la zona immediatamente a oriente dell’antico porto stava acquisendo una rilevanza territoriale notevole, in virtù dell’insediamento di importanti attività di trasformazione, essenziali all’economia del nascente ducato di Gaeta. Grazie all’ampia disponibilità di risorse idriche, erano sorti numerosi impianti destinati alla lavorazione dei tradizionali prodotti agricoli locali. Si trattava per lo più di molini per la macinazione dei cereali ma anche per la spremitura delle olive, cosicché l’area aveva assunto la caratteristica denominazione di Mola. Il toponimo di Mola risulta attestato anche in una carta(risalente all’anno 906) della famosa raccolta di documenti storici riguardanti il territorio del ducato di Gaeta denominata Codex Diplomaticus Cajetanus. In esso viene appunto citato il luogo di provenienza(ovvero Mola) di un tale Petrulo, sevo affrancato del duca Docibile(Codex Diplomaticus Cajetanus, I, XIX). Tale documento presuppone quindi già l’esistenza in situdi una qualche struttura abitativa, sia pur minima; ma non fornisce alcuna indicazione né rispetto alla consistenza dell’insediamento, né in rapporto alla sua reale localizzazione. La povertà delle fonti, delle memorie scritte, così come delle testimonianze materiali, non consente in effetti di delineare con precisione la struttura originaria dell’abitato. Tuttavia dai pochi riferimenti topografici di cui siamo a disposizione, si può ipotizzare che almeno in un primo tempo l’abitato fosse articolato in piccoli agglomerati distinti tra loro, legati ai nuclei produttivi più importanti, al porto e alla chiesa di San Lorenzo, collocata nei pressi del sito ove sorgerà più tardi il castello. Questi agglomerati erano localizzati, in massima parte, su un diverticolo della via Appia che, distaccandosi dall’antico tracciato, si svolgeva parallelamente alla linea di costa per poi ricongiungersi ad esso all’altezza del ponte romano sul fiumicello frigido (attuale Via del Maiorino – Via dei Provenzali – Via Abate Tosti). Tale percorso, da principio semplice collegamento funzionale, in seguito, sarebbe divenuto una direttrice privilegiata nello sviluppo dell’insediamento e un supporto essenziale per la formazione del vero e proprio borgo. Mola accoglieva inoltre il flusso immigratorio dai casali d’oltre Garigliano: un fenomeno, questo, periodico e ricorrente, così come si deduce dai cognomi contenuti nei documenti del Codex, della Rubrica delle Carte (che è un insieme di documenti appartenenti all’Abbazia di Sant’Erasmo) e nella platea della chiesa di San Lorenzo. Progressivamente il borgo si sviluppò e nel 1120 veniva definito Burgum mole nel senso non tanto di struttura fortificata quanto di luogo idoneo agli scambi commerciali.

Diversa era la condizione dell’altro nascente insediamento, Castellone, sia sotto il profilo urbanistico, sia sotto quello socio-economico, dal momento che esso rispetto a Mola era, come già detto prima, più legato al mondo della produzione agricola. Girolamo Gattola, storico locale vissuto nel XVIII secolo e autore delle Memorie istoriche della fedelissima città di Gaeta, sosteneva che Castellone avesse avuto origine nel XIV secolo. A sostegno di questa sua tesi egli affermava di aver trovato presso la Real Zecca un ordine scritto, datato 1312,  di re Roberto d’Angiò in risposta ad una supplica rivoltagli dall’abate di Sant’Erasmo Giacomo. Lo stesso autore rammentava che in una pergamena custodita presso il monastero di S. Angelo in Planciano era presente la dicitura “Monjstero di S. Erasmo Castri Castellionj”. Nel Codex Diplomaticus Cajetanus,tuttavia, la chiesa di Sant’Erasmo è detta di Castellone per la prima volta nel 1305. La Rubrica delle Carte, invece, attesta che il toponimo è più antico. Infatti in essa è scritto che un certo Gregorio Ploja, notaio in Gaeta, predispose la copia di una bolla di papa Innocenzo II, datata 1143, diretta a “Giovanni abbate del Monastero di S. Erasmo di Castellone”. Nella stessa Rubrica è inoltre scritto che nell’anno 1197 venne fatta una donazione da parte di Riccardo dell’Aquila conte di Fondi al “Monastero di Castellone che dicevasi Formia e per esso al di lui abate Diodato avo dello stesso conte”.

Ma Castellone, il cui nome deriva comunque dal castello fatto costruire dal conte di Fondi Onorato I Caetani nel XIV secolo, ha origini ancora più antiche che si possono far risalire al X secolo. La lettura del suo impianto urbanistico fornisce indicazioni essenziali alla configurazione originaria del centro, tuttora riconoscibile nelle sue principali componenti:le mura, gli accessi all’area fortificata e i tracciati stradali. Per quanto riguarda le mura, si può dire che la cinta difensiva è ancora oggi facilmente identificabile nel suo perimetro, anche se inglobata in massima parte in strutture edilizie più tarde. Tale perimetro, fortemente condizionato da vincoli orografici e da strutture preesistenti, si sviluppa secondo un impianto poligonale, iscritto quasi perfettamente in un triangolo rettangolo, con la base rivolta a meridione. Per ciò che concerne gli accessi all’abitato è necessario sottolineare che all’origine essi dovevano essere almeno tre. Di questi due sono ancora oggi visibili; uno verso sud, alla base della cosiddetta Torre dell’Orologio; l’altro, in corrispondenza del vertice settentrionale dell’impianto, ai piedi dell’imponente torrione ottagonale che domina il nucleo fortificato. Il terzo accesso, di cui oggi non rimane più traccia, doveva essere localizzato come il primo verso sud, ma in corrispondenza dell’attuale Capo Castello. Infine per quanto riguarda il tracciato stradale, si deve dire che l’area compresa all’interno delle mura può essere divisa in due parti distinte:una pianeggiante, di forma triangolare, delimitata, oltre che dalla linea del dislivello, dalle due cortine convergenti verso la torre ottagonale e la sottostante porta, nella quale le strutture edilizie sono ascrivibili a un periodo compreso tra il XVI e il XVIII secolo; e una più accidentata compresa tra la Piazza Castello, la porta di accesso verso meridione e la zona di Capo Castello. Questo settore, dove all’inizio era presente la maggior parte delle abitazioni, è caratterizzato da una struttura più composita. Il suo margine occidentale è infatti costituito da un percorso che si svolge secondo un elegante andamento sinuoso tra l’attuale Piazza Castello e la sottostante porta(parte dell’attuale Via della Torre). Per il resto, invece, l’orditura viaria si articola in un fitto intreccio di brevi percorsi tortuosi in gran parte ciechi:un sistema che ricorda gli impianti di derivazione islamica ampiamente diffusi in ambito mediterraneo. Ma un esame più approfondito rivela che l’attuale assetto è, almeno in parte, il risultato di modificazioni più tarde della rete stradale, determinate dalla progressiva privatizzazione e dalla successiva saturazione di spazi di pertinenza pubblica. La sua configurazione doveva essere in effetti più differenziata. Dalle partizioni edilizie si nota facilmente come l’odierna Via Traiano dovesse proseguire oltre il suo attuale limite meridionale, fino ad incrociare il Vico Castello, costituendo così, anche per l’ampiezza della sua sezione, una direttrice di attraversamento privilegiata. Il suo tracciato, perfettamente ricostruibile su base cartografica, doveva seguire uno schema a doppia curvatura composto da due archi di eguale ampiezza, del tutto simile a quella della parte bassa  di Via Torre, anche se con uno sviluppo lineare sensibilmente superiore. Queste due strade, convergenti nell’attuale Piazza Castello, unico punto di connessione tra le due parti dell’area fortificata, dovevano comporre, dunque, un sistema unitario, fortemente caratterizzato sul piano formale, che costituiva di fatto l’orditura primaria del tessuto abitativo. La loro preminenza rispetto ai percorsi minori e, soprattutto, in rapporto ai vicoli ciechi che si innestano lungo il tracciato è del resto evidente;così come è evidente l’incidenza determinante del loro impianto nella configurazione urbanistica del nucleo fortificato. Tra le due parti del nucleo insediativo è localizzata l’odierna chiesa di  Sant’Anna, la quale, però, fino al 1807 era denominata Santa Maria del Forno a causa della sua vicinanza al forno pubblico. La chiesa, antica sede parrocchiale, occupa, inoltre, una posizione baricentrica rispetto all’area fortificata. Accanto all’edificio religioso verso occidente doveva estendersi anche un’area di dimensioni considerevoli in rapporto all’estensione dell’insediamento, in gran parte libera da costruzioni, che , come attesta l’odierna toponomastica, in origine doveva essere destinata ad orti. Era questo probabilmente un ambito di pertinenza ecclesiastico, ma che in caso di necessità(come un assedio) poteva garantire un minimo livello di sussistenza alla popolazione.

Castellone non è mai stato definito borgo ma semplicemente “terra murata”, a significare che l’insediamento agli inizi era circondato solo da mura e non anche da torri. Ed è per questo motivo che almeno agli inizi esso era privo di una struttura amministrativa laica autonoma, dal momento che era strettamente legato all’abbazia di Sant’Erasmo: un legame che si caratterizzava come un’autentica subordinazione feudale per l’attestata presenza di coloni e fittavoli che vivevano nella masseria di S. Erasmo già a partire dalla seconda metà del IX secolo. E, infatti, la lavorazione della terra era, come già detto prima, una caratteristica peculiare dell’economia castellonese: cessioni, permute e contratti enfiteutici a terza generazione venivano stipulati dal monastero che arricchiva la quantità e la qualità dei suoi possedimenti. Non si è a conoscenza dei danni prodotti all’antica cattedrale da parte della colonia saracena, ma è probabile che l’incuria abbia degradato parzialmente le strutture del luogo di culto. Passato il pericolo musulmano con la battaglia del Garigliano del 915 e consolidatasi Gaeta con il raggiungimento della piena maturazione dell’esperienza ducale, i duchi Docibile II e Giovanni si impegnarono a riattivare le strutture urbiche utili nel territorio formiano. E così ripararono l’antico porto, le mura di Castellone e le parti danneggiate della chiesa di Sant’Erasmo. Nel 934 gli stessi duchi concessero il tempio a Bona e a suo figlio Leone. Nel 944 il duca Giovanni, non essendo ancora morto Docibile II, affidò la chiesa al proprio fratello Leone con il patto che Bona ed il figlio di costei potessero continuare a goderne i frutti vita natural durante.

Tra la  fine del X e gli inizi dell’XI secolo, sembra, che la chiesa di Sant’Erasmo fosse officiata da monaci. Infatti nel 1016 la chiesa risultava essere divenuta parte di un monastero di cui era abate un certo Stefano. Poco tempo prima, provenendo dal cenobio madre, un gruppo di monaci cassinesi, in linea con il progetto dell’abate di Montecassino Aligerno, che alla metà del X secolo aveva riportato i Benedettini nell’antico monastero commissionando poi la ricostruzione di chiese, villaggi e creando forme di sostegno alle attività fondiarie, giunsero presso il colle di Santa Maria La Noce. Lì fondarono un piccolo cenobio, fuori dalle antiche mura formiane, così come prescriveva la consuetudine monastica. Ma questo non era il vero obiettivo dei Benedettini quanto solo un punto d’appoggio per ottenere l’antica cattedrale di Formia, allora proprietà della famiglia ducale. Tuttavia l’acquisto di essa non fu né immediato né scontato. In un documento del 1058 viene infatti riferito che Giordano I, principe di Capua, abbia ceduto la chiesa all’abate di Montecassino Desiderio, ma il ministro e storico Pietro Fedele lo ritenne un falso, così come tale è considerato anche dallo storico locale Roberto Frecentese.

Quindi gli anni in cui probabilmente avvenne l’acquisizione della chiesa da parte di Desiderio sono posti tra il 1062 e il 1066, periodo in cui il monastero castellonese acquisì terre e chiese sul versante marino. Ed è per questo motivo che Desiderio, volendo aprire per l’abbazia di Montecassino uno sbocco al mare riuscì ad acquisire il monastero di Sant’Erasmo. A compimento di tale disegno nel 1066 fece incidere il portale bronzeo dell’abbazia benedettina con l’elenco dei suoi cospicui possedimenti. Tra le molte chiese spiccava anche quella di Sant’Erasmo, segno evidente che essa era stata da poco acquistata dai Benedettini cassinesi. La conferma viene anche dalla lettura della carta di donazione di due terre all’abate Marino della chiesa di Sant’Erasmo “in civitate furmiana iam diruta” e “in ordine coenobiali ordinata”.E sarà da questo momento che il cenobio castellonese inizierà ad attraversare un periodo di splendore che durerà per l’intero basso medioevo, mentre l’antica città di Formia, smembratasi ormai nei centri di Mola e Castellone, rimarrà divisa fino alla riunificazione decretata poco dopo l’Unità d’Italia, il 13 marzo 1862.

foto di copertina: “Borgo di Castellone”, disegno di Pasquale Mattej – 1847

 

CONCERTO AMBROGIO SPARAGNA 2016 LA MONTAGNA ARMONICA COME ARRIVARCI

INFORMAZIONI UTILI PER LA MONTAGNA ARMONICA:

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13/14 agosto presso Maranola-Formia

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L’evento si terrà presso la “Fossa di Massaraccio” situato nella località Pornito dei Monti Aurunci.
Questa grande area che si affaccia sul golfo sarà teatro delle varie iniziative, concerti, degustazioni, trekking e racconti.
Nella grande “Area del Pellegrino” saranno allestiti stand con mostre di dischi, libri, strumenti musicali tradizionali, spazi informativi e degustazioni di prodotti tipici, con tutti i servizi necessari per una particolare “notte bianca” da vivere in pace ed armonia con la natura. Sarà attivo anche un Planetario ed un Osservatorio Astronomico curato dall’Associazione Astrofili Aurunci.

Nelle vicinanze dell’Area del Pellegrino, in località “La Starza”, sarà allestita un’area campeggio. E’ previsto anche un servizio navetta a partire dallo spazio del quadrivio in località Gegne fino alla “Area del Pellegrino”

Vi chiediamo di vivere questo evento in armonia con l’ambiente, usando prudenza, spostandosi a piedi e munendosi di acqua, scarpe pesanti,torce e giacche a vento.

RICORDANDO MARIO PICCOLINO LA SCALA GIARDINO FORMIA 2016

“Un prodotto creativo che si esprime come atto d’amore per la città.

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A Mario sarebbe piaciuta, per questo abbiamo deciso di intitolarla a lui”. Così il Sindaco Sandro Bartolomeo inaugurando stasera la scala-giardino realizzata in via Lavanga dagli artisti Palma Aceto e Pasquale Vezza del salotto culturale Koinè e dedicata alla memoria di Mario Piccolino. Musica, arte e ricordo.

13901402_1121173101281606_5285174588405382323_n Tante persone per salutare questa nuova opera di arte urbana realizzata a titolo volontario. 13906930_1521733211185664_8162551999415787590_nUn giardino fiorito che prende il posto di una scala anonima su cui transitano ogni giorno centinaia di persone.13895236_1521733287852323_3082227515667937823_n