FORMIA IN LUTTO E’ MORTO MICHELE OGGI 29 SETTEMBRE

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MICHELE FORTE

FUNERALI CHIESA DON BOSCO DOMANI ALLE 15.30

CAMERA ARDENTE  AL COMUNE DI FORMIA  DA  TARDA MATTINA

 

 

Con la scomparsa di Michele Forte Formia perde un suo autorevole esponente politico , Sindaco della città per quattro volte .
Martedì mattina ci eravamo incontrati in Provincia, insieme al Presidente Della Penna e mi sembrava in ottima salute, sereno come non mai.
Qualche giorno fa ci eravamo visti in Comune , mi aveva parlato del Referendum e della sua intenzione di votare sì ( intenzione poi esplicitata in un comunicato stampa ).
Siamo stati avversari in politica , abbiamo polemizzato in modo anche aspro, senza mai perdere di vista il rispetto reciproco .
Stamane sul presto quando il dott. La Mura mi ha chiamato per comunicarmi la brutta notizia, ho ripercorso come in un flash trenta anni di lotta politica .
Michele è’ stato un uomo politico vero , come ce ne sono pochi in circolazione .
Se la famiglia lo vorrà , lo ospiteremo per l’ultima volta nella sala Ribaud del Palazzo Comunale

DON MARIANO PARISELLA NUOVO VICARIO GENERALE

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VICARIO GENERALE
Oggi, Giovedì 22 Settembre, durante l’incontro del clero presso l’Istituto Smaldone di Formia l’Arcivescovo di Gaeta Luigi Vari ha reso nota la nomina di don Mariano Parisella come nuovo Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Gaeta.

Don Mariano Parisella è nato a Fondi il 16 ottobre 1956 ed è stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1980 dall’Arcivescovo di Gaeta mons. Luigi Maria Carli. Ha conseguito la Licenza in Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica “Teresianum” di Roma.

È stato Parroco a Santa Caterina V.M. in Castellonorato di Formia e primo Parroco di San Paolo Apostolo in Fondi. Diversi gli incarichi di curia: Segretario particolare dell’Arcivescovo di Gaeta Vincenzo Maria Farano, Direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, Vicario episcopale per gli affari amministrativi a servizio dell’Arcivescovo di Gaeta Pier Luigi Mazzoni, Direttore della Caritas diocesana di Gaeta e Delegato regionale delle Caritas del Lazio.

Attualmente è Parroco della Parrocchia dei Santi Lorenzo e Giovanni Battista in Formia, Presidente dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero di Gaeta e Presidente della Fondazione Antiusura “Magnificat” Onlus di Gaeta.
Il Vicario generale è tra i primi collaboratori dell’Arcivescovo e presta il suo aiuto nel governo di tutta la diocesi. Con la potestà ordinaria di cui è munito ha la funzione di rappresentare l’Arcivescovo e di sostituirlo in caso di assenza. A lui spetta seguire la vita dell’Arcidiocesi nelle sue varie articolazioni, coordinando l’azione dei Vicari foranei e curando l’affidamento degli incarichi pastorali a presbiteri, diaconi e laici. Inoltre è suo compito svolgere la funzione di Moderatore di curia.
Gaeta, 22 settembre 2016
don Maurizio Di Rienzo
Direttore UCS Gaeta
Tel. 349.3736518


“Storia di Formia e dei suoi monumenti” – Capitolo 13: “Il borgo di Maranola”

 

 

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Nel meraviglioso Golfo di Gaeta, a pochi passi dal mare, ai piedi dei Monti Aurunci, si erge il borgo di Maranola, posto a 269 metri sul mare e caratterizzato da quelle strette viuzze che sono così tipiche dei tanti centri abitati risalenti all’epoca medievale, sparsi lungo la nostra penisola, e non solo. Il territorio di Maranola ebbe i suoi primi abitanti sin dai tempi più remoti. Ne sono, infatti, eterni testimoni i resti delle mura megalitiche, in contrada Cantoni, che si trovano salendo le ultime rampe della tortuosa via che porta al paese, e resti di acquedotti e ville rustiche romane, coperti ormai quasi completamente da sterpaglie, che si incontrano frequentemente in tutto il territorio collinare. Inoltre nei primi secoli d. C. sulle alture di Monte Altino esisteva un sepolcro fatto costruire dal liberto Marco Valerio Menestrate per la moglie Atenaide e il figlio morto a soli otto anni. Nell’Alto Medioevo, precisamente nell’830, nella cavità di questo stesso monte fu fatto costruire dal vescovo di Formia un santuario rupestre dedicato a San Michele Arcangelo.

Nell’842 e soprattutto nell’846 i Saraceni, come già detto nel capitolo settimo, depredarono e saccheggiarono l’antica Formiae;per questo motivo gli abitanti della città, stanchi delle continue incursioni, cercarono rifugio in luoghi più difendibili. Infatti parte di essi raggiunsero il castrum Cajetanum, mentre altri salirono le colline ai piedi dei Monti Aurunci, dando così vita al borgo di Maranola. Ma il nome di quest’ultimo compare soltanto in un documento del 950. In esso si parla di una donazione fatta dai duchi di Gaeta, Docibile II e Giovanni II al duca Marino dei possedimenti siti in Marana, Maranola e altrove. Docibile II, quindi, donò al figlio Marino, insieme al territorio di Fondi, anche questi possedimenti col consenso di Giovanni, fratello di Marino. Questa donazione include perciò un’area strategica ben precisa nel territorio gaetano. Essa infatti si estendeva dai ruderi romani di Mola alla cima di Monte Altino, attraverso il torrente Acqualunga e Ceriano, abbracciando una superficie di oltre duemila ettari.

Le località di Marana e Maranola si incontrano frequentemente insieme nei documenti risalenti al X secolo e presentano, a prima vista, un problema di non facile risoluzione, in quanto, essendo ambedue presso un fiumicello, hanno come confine una silice e si trovano presso il mare. La silice, o strada selciata(che è sostanzialmente la romana Via Appia), può essere considerata come un punto di riferimento per stabilire la posizione approssimata delle due terre, cosa che non è invece possibile per quanto riguarda il fiumicello,poiché erano numerosi i fiumicelli che scendevano dai monti al mare. Un documento del maggio 974, riguardante Marana, pone questa località, oltre che nei pressi della silice, in un territorio paludoso e nelle vicinanze di una selva. Probabilmente questa palude doveva essere quella sacra alla ninfa Marica, famosa per essere stata nell’88 a. C. il rifugio di Caio Mario, e conosciuta fino ai tempi più recenti col nome di Pantani Minturnesi, situati non lontano dalla foce del Garigliano.

La selva si può riconoscere nel bosco che circondava il tempio della ninfa o in quello di Monte d’Argento, entrambi ricchi di antiche memorie e di leggende medievali. Tutto ciò permette di localizzare la terra di Marana nel territorio di Traetto; questa ipotesi è avvalorata da una vendita fatta dai fratelli Docibile e Leone a Sergio, figlio di Campolo, prefetto di Gaeta, nel 991, riguardante un appezzamento di terreno sito in Marana, vicino al Garigliano. Documenti dell’ottobre 998 e del gennaio 1028 non danno ulteriori descrizioni di Marana, limitandosi a porla presso un fiumicello “frigido”. In conclusione la terra di Marana si estendeva dal Garigliano verso Gaeta seguendo il percorso della Via Appia, confinando quindi con la stessa Maranola. Come testimoniano i documenti il terreno era attraversato da numerose strade, che si snodavano ai lati dell’Appia, e ruscelli che, scendendo verso il mare, rendevano rigogliosa la vegetazione e produttivi i frutteti e gli oliveti della zona. Secondo un documenti del 1002 e di quelli successivi Maranola aveva tra i suoi territori le località di Palazzo, nei pressi di Mola, Mergataro, Mamurrano, Acqualonga, Santa Croce al fiumicello e un terreno nei pressi di Scauri. Nel 1045 Giovanni, conte di Maranola, donò a Gregorio, duca di Traetto, un corso d’acqua ad uso di mulino, che passava sotto la silice attraverso il terreno degli eredi di Piccinituli.

Il corso d’acqua in questione è l’odierno Capo d’Acqua, detto volgarmente “Giumeceglio”, cioè fiumicello, che sfocia nel mare di Scauri, al di sotto della torre dei mulini. Il territorio di Maranola era dunque, nella prima metà dell’XI secolo, abbastanza vasto. Esso abbracciava quella zona che, seguendo le vette degli Aurunci, scendeva a Mola, seguiva l’Appia fino alle porte di Scauri per poi risalire verso i monti, attraversando la consolare Via Ercolanea che da Santa Croce portava ad Ausonia. E quindi comprendeva le odierne terre di Trivio e Castellonorato, per lungo tempo casali della stessa Maranola, e nel suo percorso confinava con i possedimenti di Gaeta, Castro Argento, Traetto, le terre di San Benedetto, di Spigno e quelle poste al di là degli Aurunci. In questo periodo Maranola era posta come oggi sopra un’altura con lo sguardo rivolto verso il mare, era circondata da torrenti, oggi meno gonfi di acque, e si trovava nei pressi della già citata silice.

Essendo queste condizioni le stesse di Marana, le due località, spesso, sono state descritte assieme rendendo problematica allo studioso una situazione territoriale già essa stessa incerta. Dal X secolo al 1140 Maranola, come d’altronde le terre di Fondi, Gaeta, Formia e Minturno fu sottoposta al dominio del Ducato di Gaeta. Nei documenti che il Codex Diplomaticus Cajetanus ci offre, troviamo che, nell’XI secolo, il figlio primogenito del duca di Gaeta aveva il titolo di duca di Fondi, mentre i fratelli e i figli minori avevano quelli di conti di Traetto, Maranola, Castro Argento, Itri e Suio. In questo periodo Maranola veniva denominata con l’appellativo di castrum, cioè una rocca munita di mura e di torri e che, naturalmente, aveva una certa importanza in quanto il termine compare in un documento del 1045 redatto alla presenza di un certo Johannes notaio del castello del borgo. Qualche anno prima(1032), però, con la morte del duca di Gaeta Giovanni V e la conseguente estinzione della dinastia indigena, si era aperto per l’intero ducato un periodo turbolento. E fu in quel momento che il territorio di Gaeta passò dapprima nelle mani dei principi longobardi e poi in quelle dei principi normanni. Per difendersi dall’avanzata normanna nel 1062 il conte di Maranola, con altri conti dei paesi vicini promise di non fare tregua con i Normanni se non d’accordo con i Gaetani. Ma questo tentativo di difesa si rivelò infruttuoso. Infatti Riccardo Drengot, conte di Aversa, divenuto principe di Capua nel 1058, si impossessò nel 1063 anche del ducato di Gaeta, il quale, d’altronde, era stato già governato tra il 1041 e il 1045 dal normanno Rainulfo Drengot, conte di Aversa dal 1030.

A partire, dunque, dal 1063 il ducato perse quella coesione che un tempo gli aveva dato una grande possibilità di sviluppo e la maggior parte delle sue terre fu affidata ai cavalieri normanni. Nel 1104 il normanno Riccardo Dell’Aquila si impadronì a sua volta del ducato di Gaeta:morì nel 1111. Tra i suoi figli, Andrea fu duca fino al 1113. Nel 1140 con l’annessione di Gaeta al Regno di Sicilia ebbe termine anche il ducato. Quello stesso anno venne creata la contea di Fondi, della quale il primo conte fu Goffredo, anch’egli appartenente alla famiglia normanna dei Dell’Aquila. Ad esso seguì il figlio Riccardo che ebbe anche il titolo di conte di Traetto. Ed è in questo periodo che anche il castello di Maranola fu incluso nella già citata contea di Fondi. Inoltre in questo stesso periodo furono emesse due importanti bolle pontificie riguardanti le chiese di Maranola. Nella prima bolla del 1158 emessa da papa Adriano IV(1154-1159) oltre alla conferma al vescovo Giacinto della giurisdizione della Diocesi di Gaeta sono elencate le chiese esistenti nel territorio di Maranola:S. Martino, S. Giovanni, S. Angelo sul Monte Altino, S. Giovanni di Palazzo, S. Nazario e la chiesa di Santa Croce al fiumicello. Nella seconda bolla dell’aprile 1170 emessa da papa Alessandro III (1159-1181) alle suddette chiese si aggiunge quella di Santa Maria di Castagneto, che in alcuni documenti successivi risalenti al XIII secolo appare affidata al patronato di Adenolfo Gattola e Giovanni di Ceccano. In entrambe le bolle non sono menzionati i monasteri, i quali dovevano essere anch’essi sotto la cura e l’obbedienza del vescovo di Gaeta.

Alla morte del re di Sicilia Guglielmo II il Buono (1189) il regno normanno passò nelle mani del cugino Tancredi, il quale, avendo Riccardo III Dell’Aquila abbandonato le sue terre, concesse la contea di Fondi ad Aligerno Cottone di Napoli, mentre i castelli di Maranola e di Itri vennero dati alla città di Gaeta, come premio per la sua fedeltà.

La situazione mutò nel 1194 quando l’imperatore Enrico VI di Hohenstaufen, marito di Costanza d’Altavilla, impadronitosi del Regno di Sicilia dopo la morte di Tancredi, restituì a Riccardo la contea di Fondi, comprese Maranola e Itri. Durante il regno di Federico II di Hohenstaufen o di Svevia (1198-1250), il figlio di Riccardo, Ruggero, a causa della sua opposizione al sovrano fu privato della contea di Fondi dal 1212 al 1230. Quest’ultima le fu restituita in seguito alla pace di San Germano, stipulata dall’imperatore e da papa Gregorio IX, che poneva termine al conflitto sorto tra i due contendenti in seguito all’ennesimo rinvio della crociata promessa dall’imperatore.

Tuttavia alla morte di Ruggero(1232) Federico II concesse la contea non alla famiglia del defunto di cui non si fidava, ma al giustiziere di Terra di Lavoro Ettore Montefuscolo. Durante il regno di Manfredi(1258-1266) la contea di Fondi appartenne a Galvano Lancia, zio del sovrano,il quale era nato da una relazione tra Federico II e la sorella Bianca. Il 26 febbraio 1266 Carlo d’Angiò, incoronato re di Sicilia a Roma nel giugno dell’anno prima da papa Clemente IV (1265-1268), sconfisse Manfredi nella battaglia di Benevento e si impossessò del Regno. Poiché Ruggero II Dell’Aquila aveva sostenuto il sovrano angioino, quest’ultimo gli restituì la contea di Fondi.

Due anni dopo, tuttavia, Andrea di Sessa, che governava il castello di Maranola, parteggiò contro Carlo d’Angiò per Corradino di Svevia, quando questi scese in Italia per riconquistare alla sua casata il Regno di Sicilia. Per questo motivo il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino il 23 agosto 1268 nella battaglia di Tagliacozzo, ordinò la distruzione dell’intero borgo di Maranola. Tuttavia poco dopo Francesco di Visemal, al quale era stato dato in feudo il territorio di Maranola, ebbe il permesso da parte di Carlo d’Angiò di ricostruire il centro abitato, compresa la rocca. Un documento del 1282 ci conferma, infatti, la donazione al Visemal e i fatti accaduti e ci dà anche la possibilità di constatare la ripresa della vita del castello con la nomina di un maestro giurato nella persona di Giovanni di Mastro Giovanni. Nel 1299 la contea di Fondi, alla quale era sottoposta anche Maranola, passò a Roffredo Caetani, nipote di papa Bonifacio VIII(1294-1303), in seguito al suo matrimonio con Giovanna, ultima esponente della famiglia Dell’Aquila. Roffredo fu conte fino al 1336;fu uomo accorto e valoroso tanto che il re Roberto d’Angiò(1309-1343)nel 1324 lo nominò capitano generale di guerra delle terre e dei luoghi della Marittima, che andavano da Sperlonga a Castellammare di Stabia, e nel 1327 ebbe dallo stesso re il compito di riparare e fortificare tutti i castelli, le terre e i paesi che vanno da Sora a Gaeta. A questo periodo appartengono certamente le mura di fortificazione del castello di Maranola, costituite, oltre che dalla difesa naturale delle abitazioni a nord e verso il mare, dalla cinta muraria posta a occidente, che è una costruzione difensiva dall’aspetto maestoso conferitogli in particolar modo dalle tre torri che ancor oggi sono visibili. Al nipote di Roffredo, Onorato, a sua volta, è attribuita la torre quadrata di Maranola, ma dal confronto di questa con altre strutture difensive fatte costruire dal conte nel territorio della contea di Fondi recentemente ciò è apparso alquanto dubbio. Nel XV secolo Maranola ebbe lo status di universitas (termine che nel Regno di Napoli designava i comuni che dipendevano dal feudatario locale oppure facevano parte del demanio regio).

Dal suo statuto, emanato probabilmente prima del 1428 si può notare inoltre che il suo territorio in quel periodo comprendeva i casali di Ponzanello, Mamurrano e Trivio. Qualche tempo prima, nel 1414, il castello di Maranola era stato venduto al conte di Caiazzo Pietro Origlia, ma Cristoforo Caetani ne pretese la restituzione e poco dopo se ne impossessò con la forza. Nel 1428 la terra di Castellonorato fu divisa da Maranola, da cui prese la quarta parte del territorio.

Nel 1493 Maranola fu incorporata nel nascente ducato di Traetto, che era stato creato dal re di Napoli Ferdinando I d’Aragona (1458-1494) ed infeudato al conte di Fondi Onorato III Caetani nel vano tentativo di indennizzarlo di alcuni torti da lui subiti da parte della monarchia, come l’assassinio del padre Pietro Bernardino.

Nel 1504 Maranola passò sotto il dominio di Prospero Colonna, fedele agli ultimi sovrani aragonesi di Napoli, prima, e agli Spagnoli, poi, i quali tolsero a Onorato III Caetani la contea di Fondi e il ducato di Traetto, dato che quest’ultimo aveva appoggiato i Francesi nel loro tentativo di impadronirsi del Regno di Napoli. Dai Colonna i due feudi passarono prima ai Gonzaga e poi ai Carafa della Stadera. Al tempo di Anna Carafa della Stadera (1607-1644) i territori del ducato di Traetto, di cui fa parte anche Maranola, venivano governati con parametri che consentivano al barone di scegliere giudici e governatori su un primo elenco preparato da quelli uscenti.

Alla morte di Anna (1644) le subentra il figlio Nicola Maria de Guzmàn Carafa,principe di Sigliano, nato dal matrimonio della suddetta con il vicerè di Napoli Ramiro Felipe Nunez de Guzmàn. Quando morì Nicola (1689), due coincidenze particolari determinarono una nuova infeudazione. Da una parte il re di Spagna, dissanguato dalle continue guerre che combatteva nello scacchiere europeo, aveva bisogno di nuove risorse finanziarie. Dall’altra il mare di debiti in cui si trovava il principe di Stigliano al momento del trapasso e il fatto che non aveva eredi, facilitavano il compito della Regia Camera della Sommaria (la quale aveva funzioni simili all’attuale Corte dei Conti). Essa, infatti, incamerò le terre del ducato di Traetto emanando i relativi Atti di Sequestro;invece le terre della contea di Fondi rimasero fuori da questa vendita e successivamente furono infeudate dapprima ai Mansfeld e poi, nel 1710, ai Di Sangro.

Per poter vendere le terre del ducato, il presidente della Regia Camera della Sommaria Don Andrea Guerriero De Torres ordinò ai tavolari Antonio Galluccio e Lorenzo Ruggiero di apprezzarle. Alla fine il ducato di Traetto fu acquistato da Adriano Carafa della Spina per conto del fratello Antonio per 102.000 ducati. Quest’ultimo feudo, di cui faceva parte come già detto anche Maranola, rimase ai Carafa della Spina fino al 1806, quando il re di Napoli Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità.

E così Maranola divenne un comune autonomo con un vasto territorio che confinava con Spigno, Minturno e Formia fino alla statale Appia. Nel 1928 con Regio Decreto Legge del 26 maggio il Comune fu soppresso e aggregato a quello di Formia, di cui oggi costituisce un’importante frazione. Maranola ha diversi monumenti tra cui le chiese di Santa Maria dei Martiri, quella di San Luca e quella della Santissima Annunziata e la già citata Torre medievale; inoltre non si può non dimenticare l’importante Santuario di San Michele Arcangelo.

Per quanto riguarda la chiesa di Santa Maria dei Martiri bisogna dire che essa è una struttura architettonica molto complessa. Innanzitutto è priva di una vera e propria facciata;di conseguenza l’accesso è situato alla base della torre campanaria, posta all’angolo orientale dell’edificio. Quest’ultima è composta da quattro ordini:i tre inferiori sono a pianta quadrata, con una monofora nel secondo e il quadrante dell’orologio nel terzo;mentre quello superiore è a pianta ottagonale con una monofora su ciascuno degli otto lati e copertura a cuspide piramidale. L’interno è costituito da un’unica navata, composta da due volte a crociera. Nella prima campata della navata è presente un complesso barocco con tre altari dedicati rispettivamente alla Madonna Addolorata, a San Sebastiano e a San Biagio. Nella seconda campata, a ridosso della parete di fondo, è presente l’altare maggiore, sormontato da un polittico cinquecentesco raffigurante la Madonna col Bambino tra i Santi Pietro e Paolo e, più in alto, l’Assunzione di Maria al Cielo con ai lati l’Annunciazione. Il transetto è formato da due ambienti più piccoli posti ai lati della seconda campata. Nel transetto di sinistra, di fronte all’ingresso, vi è una cappella contenente un pregevole presepe del XVI secolo, formato da sculture di terracotta disposte su due piani ai lati dell’altare:in quello inferiore è presente il gruppo della Natività, mentre in quello superiore sono raffigurate scene della vita quotidiana. Nel transetto di destra vi è una cappella di stile gotico ricca di affreschi risalenti al XIV e XV secolo, che danno testimonianza della elevata cultura raggiunta dalla società di Maranola di quel periodo. In particolare al centro è raffigurato il martirio di San Sebastiano, mentre nella parete di destra è presente una Madonna che allatta il Bambino e in quella di sinistra si possono notare i resti di un personaggio con aureola di difficile lettura, dal momento che un ignaro artefice ebbe l’idea di frantumare l’affresco per aprire una porta di servizio, forse utile alla comunità, ma deleteria per il patrimonio artistico. Un altro ciclo di affreschi occupa, infine, la parete sud della chiesa e raffigura una Madonna con Bambino in trono che ha in mano un melograno e in basso, incorniciati in spazi quadrati, un Cristo Maestro con aureola e frammenti di un santo cistercense.

La chiesa di San Luca, invece, presenta una facciata a capanna, un grande finestrone rettangolare, delimitato da una cornice in stucco, e una porta d’ingresso i cui stipiti sono formati da elementi in marmo e pietra lavica. Il campanile, uno dei pochi elementi architettonici dell’edificio risalenti al XIII secolo, attualmente è formato da due piani con monofore adornate da cornici in mattoni e bacini ceramici invetriati. Ha perso certamente l’eleganza di una volta, quando doveva far parte di un complesso che, oltre alla cappella gentilizia, diventata poi chiesa madre, aveva come elemento principale la presumibile abitazione del signore del luogo. Ne sono testimoni alcuni elementi architettonici inseriti nella parte muraria, che collegano il campanile con l’abside della chiesa odierna e la porta d’ingresso che sovrasta la sacrestia. L’interno è formato da un’unica navata coperta da tre volte a crociera, originariamente estradossate, con transetti e abside rettangolare, il tutto quasi completamente rifatto dopo i bombardamenti dell’ultima guerra, quando la chiesa fu quasi totalmente distrutta perdendo in quel periodo anche numerose tele. A destra dell’ingresso è presente la cappella del Santissimo Corpo di Cristo, arricchita da stucchi settecenteschi. Da essa si accede alla sacrestia, risalente all’epoca medievale, sulla quale sono state impostate, in epoca successiva, le forme architettoniche della nuova chiesa. Nella sacrestia si può ammirare un affresco di discrete dimensioni raffigurante una Madonna con Bambino e melograno risalente al XIV secolo. Ma è nella cripta che si trova il maggior ciclo di affreschi. Riguardo a quest’ultima le fonti orali e le notizie storiche non ce ne hanno tramandato l’esistenza. Poi il 28 giugno 1997, durante i lavori di sistemazione del vecchio pavimento, è venuto alla luce, casualmente, un ambiente sotterraneo riempito in epoca ignota da materiale di risulta. I lavori di svuotamento hanno rivelato, a sorpresa, una cripta a croce greca con una doppia rampa di scale che è stata tenuta nascosta al momento dell’ampliamento della chiesa attuale. Grande sorpresa ha suscitato poi l’esistenza di un ciclo di affreschi che si è mantenuto in discrete condizioni. Ma grande è stata la delusione per l’avvenuta demolizione delle volte della cripta e con esse delle parti superiori degli affreschi, per cui molti personaggi risultano acefali. Una descrizione del ciclo pittorico ci permette di distinguere tre momenti. Il primo è rappresentato dalla presenza di sei Madonne del latte, quasi tutte del XV secolo, le quali testimoniano un’esigenza votiva forse dovuta alle numerose pestilenze che infestavano la nostra zona. Tra di esse, due sono uniche nel nostro territorio. La prima, che rappresenta la Vergine seduta su un cuscino in atto di allattare, si sviluppò come modello iconografico nel Napoletano a partire dal 1354, grazie soprattutto al pittore Roberto d’Oderisio. La seconda, che ha un drappo rosso di fondo, presenta elementi del Trecento senese, ed è simile alla Madonna del latte esistente nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Frosinone. Il secondo momento del ciclo pittorico è rappresentato dalla vita di Cristo, mentre il terzo è l’esistenza di quattro strati di affreschi, ridotti ormai in frammenti, presenti nella zona absidale della cripta.

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