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A proposito dei sogni

Luna nei sogni 

A proposito dei sogni

(I racconti del Capitano)

 

 

Conosco una Tizia che sogna a colori. Ci vive un’altra vita con i sogni, e quando di sera va a letto dopo un’intera giornata passata a barattare mille faccende tra casa e chiesa, si mette in ghingheri.

Il pigiama stirato e profumato con le essenze di lavanda, la maglietta intima con i cuoricini rossi stampati sopra, e, se fa freddo, le babbucce di peluche col musino del gatto già pronto per fare miao. Poggia quindi la testa sul cuscino (con le federe che sanno ancora di bucato lavato a mano) e prima di chiudere gli occhi e lasciarsi andare sulle verdi praterie di un’altra notte delle sue, comincia a prefigurarsi il sogno. Lo decide a priori il sogno, e questi, come se stesse dietro l’angolo di casa ad aspettare che qualcuno lo reclamasse, arriva puntualmente e per giunta a colori.

       E mentre sogna parla.

       Si gira, si rigira e parla.

       E ride la bestia,

come quando si assiste ad una commedia di Goldoni con il protagonista – buffissimo e truccatissimo – che scende tra gli spettatori di prima fila per coinvolgerli nelle vicende della recita.

       Poi magari piange,

       si agita e piange,

       all’improvviso piange.

Dal riso al pianto è tutto un susseguirsi di momenti diversi, e quando al mattino si sveglia con gli occhi ancora gonfi e arrossati… è colpa degli acari, dice, di questi maledettissimi acari, ripete tutta infastidita… e comincia la pantomima delle solite gocce da stillare negli occhi, delle creme idratanti da cospargere sul viso, di quelle emollienti per le mani e per il corpo. Ore ed ore davanti allo specchio per massaggiarsi, cospargersi, per mettersi in ordine. E meno male che è già bella di suo, altrimenti… povero specchio, umile testimone della vanità umana.

     Intanto sogna a colori, la Tipa.

Si sceglie il sogno qualche attimo prima, se lo sviluppa secondo il suo stato d’animo, e vi si butta dentro come se stesse girando le scene di un film da proiettare al cinematografo. Che meraviglia la fantasia ragazzi; non ho parole al riguardo.

     Erano anni che non mi soffermavo a guardarla quella lì, a guardare la faccia illuminata della Luna, e quando ripresi a farlo in ricordo dei vecchi tempi mi sentivo abbastanza adulto e vaccinato che di fronte al mio vecchio cannocchiale, un tubo in pivuccì con le lenti incastrate alle estremità, ci rimasi di sasso.

     Con questo coso?, pensai inesorabile mascherando un velo di tenerezza, e non volli perderci tempo. Nel giro di pochi giorni lo sostituii con uno strumento semiprofessionale a doppia ghiera goniometrica cartesiana con risoluzione decimale: un gioiello della tecnologia. Illudersi di poter andare in giro per pianeti e ammassi stellari mi inebriava, mi sollevava dalle incombenze terrene, mi faceva sentire un’altra persona; avrei fatto ogni possibile sacrificio pur di non rinunciare alla passione per le osservazioni astronomiche. Se poi il cielo non me lo permetteva perché coperto da nuvole vaganti e gonfie di pioggia, allora me ne stavo in disparte ore ed ore a riflettere su quelcertononsoché che possedeva la Tipa, quella strana capacità di elevarsi su tutti, di andare oltre il confine degli eletti attraverso la strada fantastica dei sogni.

     Debbo riuscirci anch’io!, mi dicevo convinto di potercela fare, e chiudendo gli occhi con l’idea di abbandonarmi alla fantasia, m’immaginavo di raggiungere la Luna a cavallo, o anche in mongolfiera, o magari a cavalcioni di un missile preso al volo nel momento stesso in cui veniva lanciato. Qualunque soluzione avrei accettato pur di arrivare lassù; semmai il problema era un altro: addormentarsi. Lasciare sulla terra il corpo completamente rilassato, ed affidare l’anima a qualcun’altro capace di trasferirmela nei luoghi prediletti, magari insieme alla tipa di prima. Quanti sforzi fatti!, quanti tentativi andati a vuoto!, poi un bel giorno ecco la sorpresa: mi ritrovai a sognare. Ero finalmente entrato nel Club dei Sognatori Anonimi Casalinghi, i quali pur rimanendo comodi nel proprio letto riescono a navigare meglio che su internet e per di più gratis, senza l’assillo delle tariffe e delle fasce orarie protette.

       Nel sogno facevo parte di un circo equestre, di quelli super gettonati in giro per l’Europa e di essere all’interno del cannone. Eravamo nel cannone, io e Ilva, pronti per essere lanciati oltre la sfera degli umani, delle insolenze gratuite e degli sfasciacarrozze autorizzati. La folla ammutolita se ne stava lì, curiosa, con gli occhi puntati sulla bocca di quel coso enorme a forma di bombarda, convinta di poter assistere a qualcosa di unico, di strabiliante, alla sacra rappresentazione del lancio di due folli da manicomio. Tutto era pronto oramai, ed intorno la giusta tensione: noi stipati all’interno, il rullo frenetico dei tamburi, la miccia collegata alle polveri.

     Via!… si sentì fare al puntatore con l’acciarino in mano ed il fazzoletto attaccato al collo, e quindi il lampo delle polveri, e quindi il botto, per la gioia di quanti avevano pagato il biglietto e se ne stavano in prima fila a godersi lo spettacolo dei due folli indemoniati.

     Un colpo secco, da schianto, e fummo catapultati oltre il tendone a strisce blu, oltre le nuvole, oltre ogni immaginazione, mentre una nuvola di fumo avvolgeva ancora i presenti con in bocca il sapore ferrigno della polvere bruciata.

       Io ed Ilva…

       nello spazio assoluto…

       come marziani in cerca di avventura.

Lo spazio non lo si descrive con due parole, e nemmeno con un milione di parole messe tutte in fila. Non è una distanza tra cose per cui lo si possa misurare, né una forma geometrica complessa per comprimerci l’universo. Non gli si può attribuire una dimensione fisica determinata o pensare che contenga tutta l’energia che si conosca.

     Lo spazio è tutto l’insieme del creato: è la luce, è la forza assoluta, l’energia che governa uomini e cose, è il niente più profondo che inghiotte la materia nei buchi neri, la comprime fino all’osso e la fa esplodere generando spazio e ancora spazio.

     LO SPAZIO.

Ilva distese le braccia per cercare l’equilibrio. Io la imitai. L’idea degli uccelli che volano in alto, che planano leggeri, che si librano nell’aria per tuffarsi a volo radente sulle scogliere schiaffeggiate dal mare in burrasca, ci esaltava. Con un rapido gioco di braccia, e di gambe, e del corpo, ci accorgemmo che si riusciva a cambiare direzione all’occorrenza; potevamo allontanarci, e avvicinarci, potevamo tenerci per mano, abbracciarci fino a formare un tutt’uno con i nostri corpi. Un corpo solo, direi.

     Io ed Ilva, un corpo solo.

E la Terra era sotto di noi; era lì la terra. La Terra che si allontanava, tutta ammantata d’azzurro e di verde che si allontanava, ma in compenso si avvicinava lei, la Luna.

     Una signora – la Luna – una gran bella signora di mezza età, con le sue rughe, le smagliature sulla pelle, gli acciacchi causati dal tempo, e soprattutto col fascino della gran dama. Brillante come non mai, sembrava che ci aspettasse da sempre; sembrava che ci dicesse: su su ragazzi, venite che è ora. Ho voglia di fare un mucchio di salti e capriole, voglio uscire da quest’orbita noiosa e antipatica, voglio fare pazzie.

   Uffa!, che palle starsene quassù a guardare di sotto sempre con la stessa faccia, con lo stesso sguardo da romantica d’altri tempi. A lungo andare ci si rompe le scatole, e da morire.

     Fu Ilva la più coraggiosa, e trovò subito il sistema per allunare. Virò come un aereo pronto per un atterraggio di fortuna e scelse la direzione più adatta alle sue caratteristiche aerodinamiche. Sembrava così sicura del fatto suo che decisi di seguirla con gli occhi ben puntati, mentre me ne stavo a qualche centinaio di metri dalla superficie lunare. La vidi volteggiare sulla pista come fanno certi piloti d’aviazione per farsi ammirare durante le acrobazie, poi si avvitò su se stessa, e dopo essermi passata attorno un paio di volte e fatto l’occhiolino, ecco il suo pezzo forte, il capolavoro di sempre: l’allunaggio.

     Si distese in linea d’asse, divaricò braccia e gambe fino allo stremo, e dopo aver gonfiato il petto generoso oltre le protezioni del reggiseno – quel santo petto pieno di grazie e di meraviglie – planò sulla pista che aveva appena individuato meglio di un aeroplano con tutte le ruote gonfie. Le poppe attutirono i colpi al pari di un airbag, e la carrozzeria (quella beata carrozzeria che avrei lustrato con tutto l’ardore e la passione), rimase intatta, perfetta, completamente illesa. Neppure un graffio quando si alzò, nessun’ammaccatura, e mi fece segno con l’ok.

     Fu come se mi avesse lanciato il guanto di sfida, ed ora toccava a me dimostrarle quanto fossi bravo, e che in fin dei conti non occorreva tutto quel coraggio per allunare: un po’ di abilità e tanta decisione.

     E venni giù veloce: il mio primo errore.

     E gonfiai il petto: secondo errore.

E planai sulla superficie rugosa come un uccello impazzito: terzo errore.

Feci un fuori pista formidabile battendo il capo sull’unico spuntone di argilla presente in quel luogo desolato. E meno male che era argilla, tutta cosparsa di zucchero a velo, con praline di cioccolata fondente lungo i bordi. A volerci fare colazione di mattina presto sarebbe stato meglio delle praline alla mandorla comprate da Alfredo.

     Quando mi voltai per rendermi conto dell’accaduto vidi Ilva già così: completamente bianca e infarinata; e saltava, e faceva capriole, e si rotolava in un mare di confetti colorati come quelli che si mettono sulle torte di Pasqua assieme ai canditi.

     Ed era leggera Ilva. Eravamo leggeri, e ad ogni salto ci si alzava di parecchi metri rispetto alla superficie. Addirittura con tre balzi fummo sul cratere della Felicità, e dentro il cratere – gioia delle mie gioie – un mare di cioccolata fondente con nocciole e pistacchi interi che vi galleggiavano sopra come isole nella corrente, mentre da una fenditura sulla roccia magmatica una cascata di panna si riversava sulla cioccolata imbiancandola tutta.

     L’idea fu mia, soltanto mia, e mi ci tuffai.

Volevo a tutti costi raggiungere la cascata di panna, confondermi con essa, farmi trascinare in fondo al cratere per ritornare poi a galla ubriaco di gioia.

     Ma mentre nuotavo, bevevo,

     aprivo la bocca e bevevo,

     e il sapore dolce della panna che diventava salato,

     e la cioccolata densa e cremosa acqua di mare,

     e tutta l’acqua di mare che mi soffocava

   mi soffocava, mi soffocava, mi soffocavaa…

     Ilva! – gridai – Ilva!… ,

e mi ritrovai a tossire sulla sponda del letto tutto rannicchiato ed infreddolito. Avevo ancora la bava che mi colava dalla bocca ed il cuscino sotto la guancia umido e appiccicoso come di cioccolata fondente e panna fusi assieme.

     I sogni sono spesso faticosi, lessi da qualche parte il giorno dopo. E se cerchiamo di forzarli o di risolverli in tutta fretta perdiamo di vista la ragione stessa che ci ha spinti a sognare.

 

     

       

 

     

 

 

 

 

 

 

Lunatia

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Lunatia

Tratto da “Racconti per una notte”

 

Erano anni che non mi soffermavo ad osservarla quella lì. Eppure me la ricordo come una delle mie passioni giovanili, quando me ne stavo sdraiato in riva al mare e la guardavo con gli occhi spalancati, la luna.

La fissavo con insistenza, fino a farmi colare le lacrime sulle gote, poi me le asciugavo col dorso della mano e continuavo a puntare la sua faccia da schiaffi ragionando sul senso da dare alle cose, alla vita, all’amore. Ricordo che certe volte, per coglierne una visione più nitida e circoscritta, una visione che mi desse maggiore soddisfazione rispetto alle osservazioni fatte ad occhio nudo, allestivo una specie di tubo in PVC lungo una settantina di centimetri, ci incastonavo alle estremità le lenti di un vecchio cannocchiale che conservavo in una scatola di latta con la scritta Plasmon in rilievo sul coperchio, e lo dirigevo verso lo spicchio di cielo meno infastidito dai riflessi dai lampioni della strada. L’estate per me era meravigliosa. Mi piazzavo sul fondo buio del terrazzo di casa e vi allestivo un vero e proprio osservatorio personalizzato. Ci trascorrevo l’intera nottata a guardare lassù, a guardare le stelle, la loro disposizione sulla volta celeste, la brillantezza delle costellazioni, e cercavo di memorizzare tutti gli allineamenti geometrici possibili per individuarle rapidamente la notte successiva. Il ricordo che ne conservo è legato ad Ilva.

Non so dirvi se fosse bella, Ilva, per me era straordinaria. Aveva culo e tette niente male per l’età di allora e detto così, tra di noi insomma, erano la fonte delle mie ispirazioni erotico-ricreative. Ma ciò che di lei mi colpiva in particolar modo e me la rendeva interessante rispetto a qualunque altra ragazza che conoscessi nei dintorni era il portamento, la grazia, e tanta gentilezza in più nel dire e nel fare. Era dolce e generosa, pronta e disponibile, oltre che intelligente e creativa, qualità assolutamente rare a volerle ricercare come elemento di paragone con le altre.

     La prima volta che le chiesi di accompagnarmi in terrazza eravamo poco più che adolescenti.

     Voglio mostrarti qualcosa di incredibile, le feci nella convinzione di stupirla.

E lei che riteneva chissà quale cosa da parte mia, o ritenendo proprio quella cosa lì (che da perfetto imbranato ancora mi sfuggiva), venne con me senza tante storie.

     E quando le misi davanti quella specie di cannocchiale ben legato all’asse che sorreggeva i fili dei panni, e le dissi: guardaci dentro ed inquadrala bene…, penso che ci sia rimasta male a dar retta all’espressione del suo viso. Ma si riprese quasi subito, Ilva, e fece finta di guardarci dentro.

     Fece finta, però, e io me ne accorsi immediatamente.

     Me ne accorsi e mi sentii uno schifo.

Cercai allora una rivincita morale che potesse riabilitarmi davanti ai suoi occhi, e visto che si approssimava il giorno del suo compleanno le portai un fascio di ginestre raccolte alle pendici di Monte Orlando e vi allegai un biglietto d’auguri con una poesia.

     L’ho scritta per te, le dissi mostrandomi più attento a lei e meno distratto dalla maestosità del firmamento.

     Ho avuto l’ispirazione l’altra sera quando sul terrazzo di casa ho visto il tuo profilo contornato dai raggi argentati della luna. L’ho scritta così, d’istinto, pensando fortemente a te, alla tua figura. Voglio essere il primo a leggertela, dopodiché ti apparterrà per sempre.

     I gialli striati /

   di ginestre in rami /

   illuminano di luce ciò che è rimasto/

   di insolita persona.

   Un anno in più addosso /

   non nega alla tua bellezza/

   la schiettezza di un tempo /

   Jazz.

Era la prima volta che mi cimentavo in qualcosa del genere, che regalavo una poesia ad una persona voglio dire, e rimasi sconcertato di fronte alla sua manifestazione d’affetto.

     Tu l’hai composta per me!

     …. le mimose in rami,

     …. la schiettezza di un tempo.

     Ma poi perché Jazz!, Jazz che cosa!,

e mi si avvicinò delicatamente regalandomi l’inaspettato: un bacio sulle labbra, umido, improvviso. Un tenero e umido bacio sulle labbra, ed io rimasi muto, senza parole, come un salame già pronto per essere affettato. Poi ci provai gusto, però, e non mi ci volle troppo tempo per iniziare a collaborare.

     Fu molto più di un bacio a volerne parlare adesso, con le nostre lingue appiccicate e sostenute dagli influssi astrali emessi dall’ultimo spicchio di luna in una notte assolutamente magica. Un’emozione inaspettata; un’emozione unica, mai più provata nel corso degli anni successivi.

     Jazz?, balbettai, alla fine.

 

Quando non sai come definire una cosaa!…, continuai meno imbarazzato ed imbranato di prima, allora quella cosa è Jazz.

L’ho imparato leggendo un libro di stranezze musicali edito da Feltrinelli; è stata l’unica definizione che mi si è aggrappata al cervello senza andarsene più via.

       E non mi sbagliai più di molto a pensarci bene, ed ancora oggi, più consapevole di prima, associo i fatti della vita ad un assolo di pianoforte, con gli alti, i bassi e le innumerevoli sfumature legate alla quotidianità, che contribuiscono a dare forza ad una partitura impossibile da decifrare se non attraverso l’improvvisazione e la gioia di certi momenti delicati. Se questo non è JAZZ!…

                                              

 

 

 

Little Baby

Little Baby

(I racconti del Capitano)

 

Little BabyLittle Baby era sulla bocca di tutti lassù in paese. E non perché avesse commesso qualcosa di irritante, di sconsiderato, di politicamente scorretto in un guazzabuglio generalizzato già abbastanza scorretto di suo, nossignore; è semplicemente perché non lo si vedeva in giro, e men che meno al bar del Colle, dove ogni mattina si recava per la solita colazione a base di cappuccino caldo e cornetto alla crema. Lo divorava, il cornetto; ne faceva un sol boccone… ahum, con la farcitura che gli colava lungo i lati della bocca come il rigurgito di un bambino.

Detto così parrebbe un tantino esagerato a chi non conosce il personaggio. Come è possibile – direbbe costui – preoccuparsi di qualcuno sol perché scompare dalla vista di chicchessia per un paio di giorni appena?

E difatti non si può, ma poiché c’era di mezzo la storia della polizia che gli era piombata in casa per accertare l’identità di alcune donne ospitate in maniera rocambolesca, la cosa apparve a dir poco strana. Episodi fortuiti? Sconnessi l’un dall’altro? Probabilmente, ma intanto quell’assenza ingiustificata non poteva passare sottobanco, visto che lungo il tragitto compreso tra il tondo, la piazza, ed il curvone appena oltre la fermata dei pullman non c’è persona in giro che non voglia sapere ogni cosa. Sapere, nient’altro che sapere, questa l’attività più praticata tra i vicoli del paese che si incuneano fin verso torre Cajetani.

In città nessuno lo avrebbe notato a Little Baby, nessuno avrebbe fatto caso a lui, a questa specie di omaccione dalla faccia semplice e pulita che sorride ogni volta gli capita; la città è così, la città è un contenitore multi tasking con mille cassettoni pieni zeppi di ogni cosa, sentimenti compresi. Ti regala, è vero, la sensazione di avere tutto a disposizione, ma quando poi ti accorgi che è una colossale fandonia è ormai troppo tardi. Nemmeno la solidarietà del collega di lavoro si riesce ad ottenere, o dell’inquilino della porta accanto, visto che in tanti anni di ascensore per il terzo piano neanche una sola volta è capitato di chiacchierarci insieme, col vicino.

In paese no.

In paese è diverso, c’è la cultura del porta a porta, della conoscenza reciproca, di quella solidarietà implicita e vicendevole che rende ciascuno parte attiva della vita sociale in tutte le sue manifestazioni… e non come numero casuale di una ipotetica operazione, bensì da persona in mezzo ad altre persone. Ed è per questo essere radicati come le piante dell’orto e del giardino che l’assenza di ogni cristiano - battezzato e non - si nota all’istante e l’assenza di quel bischero di Little Baby per il secondo giorno di fila aveva generato attenzione, quindi stupore, e non per ultimo pettegolezzo.

       Avrà avuto le sue buone ragioni, gli impegni, il lavoro, ribattei io a quella domanda sibillina.

       Parlate per caso di Little Baby?, rispose Miki Lupetto mentre sgrullava l’ombrello gocciolante di pioggia.

Se è salito con me l’altro ieri sera!

       Mi ha visto alla fermata del Dono Svizzero e si è accostato per portarmi su; era conciato come uno che torna dal lavoro, con la cassetta dei ferri ancora aperta sul sedile posteriore.

       E daglie!, riprese Teo dal retro del bancone marrone scuro per richiamare i presenti a maggior consiglio.

Continuate a parlare di lavoro come se il lavoro fosse una cosa seria da queste parti. Qualcuno conosce il lavoro qui dentro? Eppure indossate la divisa d’ordinanza e sembrate pronti a marciare con la baionetta spianata contro il nemico, ma al primo squillo di tromba, al primo richiamo per l’adunanza ufficiale vorrei vedere quanti di voi si presenterebbero dal banditore per mettersi a disposizione. E parlate di lavoro!

      Glju pegg surd è chiglj ch’n’vò sentì, commentò Mister Brown col fare semi serio di chi finge di starsene in disparte. E confidando in una sorta d’approvazione al senso retrogrado della battuta si aprì ad una risata grassa ed inopportuna (visto che ero al suo fianco e discutevo assieme a loro). Nulla a che vedere con i presenti, per carità!, si affrettò a commentare dopo quella madornale disattenzione; ma ormai era fatta, e battendomi la mano sulla spalla finì per offrirmi un caffè a titolo precauzionale. Lo accettai.

Intanto la nuvola di fumo che inondava il locale mi era arrivata alle narici trasportando i respiri umidi e catramosi dei fumatori incalliti. Si arrotolavano la cartina con la gestualità degli addetti ai lavori, la leccavano lungo il bordo da sigillare e la mettevano in bocca.

        E’ per dopo!, per dopo il caffè, mi confessò Michele mettazorro come se fosse una questione del tutto naturale. E poiché io non fumo, né mai ho fumato, all’odore nauseabondo della nicotina che impregnava il locale, abiti compresi, presi la decisione di allontanarmi da quella cappa irritante per starmene fuori.

       All’aria!, all’aria!, commentai ad alta voce mentre mi voltavo a sbirciare l’interno perennemente avvolto dalla cappa dei fumi, e per la prima volta mi accorsi di quanto il bancone somigliasse alla greppia per i cavalli: la prima fila a consumare, gli altri poco dietro ad aspettare. Non c’era ressa però e quel po’ di confusione era mantenuta sotto controllo dal frustino sempre vigile dell’indefesso Teo.

E’ il bello del paese, cari miei… ma è anche il brutto, a pensarci bene, e per passare dalle stelle alle stalle il tragitto è assai breve: una disattenzione, uno sgarbo, un allusione poco gradita.

       Volete la mia opinione? Intervenne nel frattempo Joseph fischietto facendosi largo col Corriere dello Sport sotto il braccio. Ve la garantisco al limone la mia opinione.

       E’ sicuramente andato fuori, oltre cortina per come si preparava. L’ho visto sistemare nel vano porta bagagli alcuni scatoloni con diversi generi alimentari, insieme a panettoni e bottiglie abilmente stipate sul sedile posteriore. Il bello della vicenda è che erano le due e passa di notte, io rientravo dal servizio di pattuglia e pioveva a dirotto. Senza neanche l’ombrello per ripararsi, e bagnato fradicio fino alla punta dei calzini, sembrava un ladro di polli in procinto di scappare.

       L’altro ieri notte, dici?

       L’altro ieri notte.

       Com’è possibile l’altro ieri notte!, replicò zi’Francisk che se ne stava appoggiato allo stipite della porta con il braccio destro tenuto dietro la schiena.

       Mi ha lasciato sotto casa all’incirca a quell’ora; ci siamo dati appuntamento per l’indomani mattina dalle parti di San Rocco per una questione di fari, di luci da sistemare, di pannelli fotovoltaici.

       E si è fatto vivo?

       Col cazzo che si è fatto vivo.

       E l’hai incontrato nel pomeriggio?

       Nel pomeriggio, dici?

      Sono scivolato come un coglione sulle pietre lisce del tondo lussandomi il polso. Sono corso ad ingessarmi, nel pomeriggio. E sollevò l’avambraccio tenuto nascosto dietro la schiena per mostrarlo ai miscredenti.

Un applauso di incoraggiamento si levò all’istante, naturale, collettivo, da stadio: Cecchino!… Cecchino!… Cecchino!.

       Allora è partito.

       Partito per dove?

       Eppoi, che ragioni aveva per tenermelo nascosto?

       Le ragioni! Le ragioni!, parli ancora delle ragioni, tu! riprese Joseph Fischietto facendosi servire il primo grappino della giornata.

       Se n’é andato e basta.

       E dove mai può essere andato un ladro di polli con tutte le mercanzie appresso?

       Ve lo dico io dove può essere andato!… a farsela nel culo, può essere andato.

E sugli echi persistenti delle parole di Luciano bellabestia – barba lunga, pochi denti e mente altrove – la risata assunse il tono trionfalistico dei giorni migliori.

      Questo è il paese, gente mia!

      Si beve, si chiacchiera, si sta in compagnia.

                                                                                                                                                  Francesco Di Chiappari

Le Nuvole

Le Nuvole

Tratto da “Il melograno di Antonia”

 

Nuvole sui grattacieliEra una giornata così e così, più stupida del previsto, e cercavo di farmela scivolare addosso leggendo le considerazioni di Eusippo sui pensatori greci, un libriccino stampato da un quotidiano nazionale per la collana: Pensieri filosofici e dintorni. Pochi volumetti in verità, ma significativi. Le pagine che avevo sotto mano mi apparvero subito di una leggerezza straordinaria, ironiche al punto giusto e spogliate della saccenza tipica di certa filosofia catalogata. Parlavano di nuvole.

Le nuvole!

Le ho sempre pensate umide e appiccicose, le nuvole; oggetti vaganti ed incoerenti perennemente in giro sotto la spinta del vento, le nuvole.

E’ il vapor che prende forma, spiegava ai suoi discepoli Diogene da Mileto quando sotto un ulivo se ne stavano a guardare l’Egeo dalle pendici assolate del monte di Creso.

Cos’è l’aria?, chiedeva Diogene a quel manipolo di inetti mentre li scrutava dall’unico occhio buono che gli era rimasto. L’altro se lo era giocato da bambino, colpito da qualcosa di imprecisato definita poi calce. E se l’era mangiato il suo occhio destro la calce; ne aveva fatto un sol boccone, cancellando i colori vivi dell’iride intorno alla pupilla. Un dispetto degli Dei, dissero i maligni commentando l’episodio.

Finalmente smetterà di usare la sua lingua legnosa e biforcuta, e smetterà di guardarci torvo quando si discute del più e del meno.

Le sue teorie, poi.

Quei discorsi inutili sull’aria, l’acqua, e sucome si trasformano quando annichiliscono.

Ma in che può trasformarsi l’acqua se non in pipi.

E l’aria? In scorregge, o alle brutte in rutti, a dar retta a Callisto di Tanfo che se ne compiace guarddandosi attorno.

E poi sentite questa!, la più divertente di tutte.

La terra che galleggia sull’acqua; le isole che galleggiano nel mare; ed il sale contenuto nel mare che proviene dalla terra; viene rubato alla terra, lentamente.

Che stupidaggine! Che immane stupidaggine.

E non crediate che Diogene da Mileto sia il solo a pensarla così. Ne è convinto anche quell’altro, una specie di parente lontano. Il maestro, lo chiamano. Un certo Talete da Parnasso che se ne va in giro a raccontare tutto quello che gli pare, che gli esce da quella bocca svergognata. Proprio come fa lui, Diogene. Ero presente il giorno che ne diceva una caterva; me lo ricordo bene io, altroché. C’era tanta mercanzia nella piazza di Tiso, e proveniva da ogni parte della Colchide e della Carinzia e lui, Talete, in mezzo alla folla che ringhiava. Diceva che il principio di tutte le cose, soprattutto delle cose viventi: di me… di te… di noi, sta nell’acqua, e desumeva le sue convinzioni dalla constatazione che il nutrimento sta nell’umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido, e vive strettamente nell’umido.

Ma se l’acqua proviene dal cielo, cade dal cielo, ditemi voi come si fa a dare spiegazioni diverse da ciò che vediamo. Sono gli Dei che ci mandano la pioggia, gli Dei che decidono per noi. E se tutta la pioggia non dovesse bastare a placare gli spiriti dei malvagi che guastano la terra, fanno ancora di peggio; ci scagliano addosso fulmini e saette, freddo, neve e grandine, consentendo al vento di assalirci con i suoi aculei pungenti sul far della sera.

E invece? Quei cervelli imberbi chiamati discepoli, che a malapena addizionano pietruzze e dividono per due granaglie e denari, che ti fanno? Se ne stanno seduti ad armeggiare con i loro cervelli intorno a stupide congetture; a percepire l’assurdo del creato, a dare forma e consistenza ai pensieri, a mescolare parole che chiamano versi, chiamano poesia, chiamano prosa.

A dare retta alle loro convinzioni la poesia rappresenta il nutrimento dell’anima, la voce dell’amore, il sentiero turbolento della passione.

Lo trovate sensato tutto questo? Ditemelo voi!

E’ l’inizio della logica, rispondono a domanda. Della razionale consapevolezza, aggiungono con supponenza. Anche se sanno… e sotto sotto lo sanno, che son tutte fandonie messe in piedi per fottere noi altri creduloni. Imparare adesso per fottere domani. Lo hanno detto!, eccome se lo hanno detto, o così mi è parso di sentire nel corso di una conversazione.

 

Forse Eusippo si riferiva alla schiera dei pensatori minori, riflettevo leggendo l’inizio dei Compendia. Si riferiva a coloro che sono stati esclusi dalle gerarchie dei filosofi accreditati per mancanza di prove, di testimonianze, di testi divulgati e scritti. I non filosofi, insomma, tutta gente che si è formata per strada, che ha introdotto un linguaggio più diretto e capace di comunicare con persone non troppo altolocate. Popolani veraci diremmo oggi, come del resto lo erano i bottegai, i filatori, i fornai, i ciabattini, i maniscalchi.

Si davano appuntamento sul piazzale degli scambi la domenica mattina e mentre barattavano il prezzo delle mercanzie, dell’orzo, dell’avena, del latte caprino, dei formaggi di pecora, discutevano dei costi sempre più elevati, delle tasse che crescevano, dei vizi e della corruzione politica poco attenta ai bisogni della gente.

Uguale a oggi!, mi dissi folgorato da un raggio di sole accecante. Tutto uguale a come si vive, si scrive, si pensa oggi, e me ne rammarticai pensando a quando poco fosse servito il passar del tempo.

Ma allora, cos’è cambiato negli ultimi millenni? Cosa si è prodotto di così diverso, di così moderno da affermare di essere migliorati. E poi!, migliorati in cosa? Le conoscenze scientifiche sono cresciute a dismisura, questo è pur vero; le aspettative di vita hanno fatto un bel passo in avanti grazie ai progressi della medicina; ma dopo? E’ cambiato l’uomo? E se è cambiato, in cosa è cambiato se continua imperterrito a fare ciò che da sempre ha fatto: approfittarsene.

Un bel nulla è cambiato!, e quel domani di Eusippo altri non è che l’oggi di Bill Gates, della grande rete, la rete dei sogni, dell’illusione perfetta, dell’effimero tramutato in realtà, che ci imbriglia in maglie sempre più strette fino a strangolarci il cervello: il www punto qualcosa ed altro ancora. Sono loro, sono questi signori i nuovi Dei. Seduti su una montagna di denari ci guardano dall’alto, sornioni; quelli che a cavalcioni di Internet comandano il mondo mettendoci a disposizione un’arma letale spacciata per democrazia globale. Una Democrazia a pagamento s’intende, che arricchisce pochi illudendone molti. E noi altri?… tutti sudditi accondiscendenti. Tutti schierati, tutti schedati negli account più diversi: la panacea di tutti i mali, e siamo sette miliardi e passa, compresi i cinesi e gli indiani.

E’ l’ultima frontiera escogitata dalle menti sofisticate dei furbacchioni, la frontiera del business a decine di cifre; ma che faremo fra cent’anni, come staremo quando il mondo galleggerà su un mare di cacca in avanzato stato di decomposizione?

E poi dicono delle nuvole.

iCloud.

iPad.

Ecco la logica della modernità: più hai e più sei.

 

Francesco Di Chiappari

E su quei lampi la salvezza

E su quei lampi la salvezza

(Il faro di Monte orlando)

 

Tempesta perfettaL’altranno di questa stagione – ha preso a raccontare Iachino inondandomi con il fumo aromatico della sua pipa – l’abbiamo scampata bella a bordo della Maria Assunta in cielo. Un marinaio antico, Iachino, consumato dal mare e dalla salsedine. Gli si è attaccata addosso come fosse una seconda pelle, stabilmente, dalla testa ai piedi. Una pelle ruvida, di carta increspata, la pelle squamosa di uno che ha sentito più volte l’abbraccio inesorabile del mare, quasi che il mare volesse schiacciarlo, ghermirlo, portarselo via.

Eravamo a dieci miglia dalla costa, continuò a dire seduto giù al Quartuccio, e volevamo rientrare con qualche cassa di pesce in più per l’asta del sabato sera. C’era di mezzo il Santo Natale e con l’approssimarsi del Natale la gente ne approfitta, tende a strafare: parnocchie, gamberoni, dentici, qualche aragosta di mezza taglia, e non c’è tavola imbandita che possa farne a meno, è nella tradizione del fine anno alternare la carne col pesce, una delle poche ancora rimaste a consolarci malgrado il momento delicato.

Cosicché ci attardammo qualche ora in piu’ sulle secche di San Giacomo, al largo della fossa delle Sirene. Il mare era fresco e trasparente e la barca procedeva lentamente col motore al minimo dei giri; tutto sembrava tranquillo, sotto controllo. Con la rete ben tesa sul cavo di poppa uscimmo dalle secche di San Giacomo e tirammo per Ponza; un ultimo quarto d’ora e poi issa, nella speranza che il sacco potesse ricolmarsun più del dovuto, visto che Madama Fortuna ci aveva abbandonato da diversi giorni a questa parte.

Il piovasco ci raggiunse all’improvviso, generato da una manciata di nuvole pigre sdraiate comodamente all’orizzonte. All’inizio se ne stavano lì, raggruppate e mute come un piccolo gregge su un pascolo di alta montagna. Poi presero ad agitarsi, a muoversi disordinatamente, a cambiare di forma e consistenza, e quelle quattro nuvole all’apparenza intimidite, e che giammai avrebbero fatto pensare a qualcosa di serio, si gonfiarono e con movimento impressionante ci furono addosso nell’arco di pochi minuti. Le prime gocce furono innocue, rade e sottili. Nessuno volle farci caso. Poi il cielo prese a diventare sempre più scuro e minaccioso ed il piovasco tramutò in burrasca. Proveniva da sud. Le burrasche da sud sono le più pericolose, tutti lo sanno dalle nostre parti, soprattutto i pescatori più esperti e gli anziani; sono cariche di energia e di cattivo umore e se ti beccano in mare aperto allora sì che  devi  mollare tutto e correre ai ripari.

Insomma, ci attardammo lo stesso; la rete sembrava ricolma e l’argano di tiro in tensione; donna fortuna s’era schierata dalla nostra parte, finalmente. Poi la burrasca tramutò in bufera e tutto avvenne in pochi minuti, mentre eravamo impegnati nelle operazioni al verricello. La prima ondata investì la barca di traverso e spazzò la coperta con una violenza tale da ripulirla di ogni cosa. Tutto in mare: reti, ceste, il pescato. Neanche il tempo di girare la barra del timone per metterci alla cappa, che successe il finimondo. Acqua di sopra, acqua di sotto, acqua da tutte le parti, e come se non bastasse, eccolo qui il vento, a mettersi di mezzo come il prezzemolo in certe minestre. Sembrava avercela con noi tanta era la foga e l’accanimento con cui picchiava inesorabile. La barca di lì a poco risultò ingovernabile, in balie delle onde, delle onde alte e del vento. Ci trapassavano da un bordo all’altro scaricandosi a mare con il rumore sordo di uno schiaffo dato all’improvviso. La pioggia fitta e grassa e il vento ululante tra le sartie facevano giusta cornice al portone che s’era spalancato davanti a noi, il portone maledetto dell’inferno. Ed era lì l’inferno, ve lo posso assicurare, io l’ho visto, con questi miei occhi l’ho visto, ed era a due passi da noi, e c’era una scala che saliva dalle viscere della terra tutta nera e scivolosa. Su ogni gradino le anime dei dannati, tutti i dannati dell’inferno raggruppati in coro, che con le braccia tese e scheletriche ci chiamavano, ci invitavano, ci imploravano:

… venite, facevano, mollate tutto e venite giu’ con noi. Non soffrirete la fame, né il freddo, né le malattie, tutto vi sarà dato, tutto vi apparterrà per sempre, e sarete felici in eterno. Venite fratelli, mollate tutto e venite giù con noi… E mentre quelle bocche spalancate si contorcevano in un ghigno fatto di paura – espellendo da sotto la lingua scorpioni annegati nella bile – con le loro braccia smisurate cercavano di contornarci in un abbraccio silenzioso, indolore, mortale. Le sentii bene quelle braccia, le sentii intorno alla vita, intorno al collo, e mi stringevano, mi stringevano fino a soffocarmi, ed io che gridavo, che cercavo di liberarmi da quella stretta mortale. Ero quasi alla fine, eravamo tutti alla fine, alla resa dei conti, una resa incondizionata e senza troppi appelli, la resa degli sconfitti. Un drappello di umili questi siamo sempre stati, e della vita non ricordo che sofferenze, patimenti, freddo e fame. Umili e stanchi, degni rappresentanti della schiera dei vinti, depositari di un destino che aveva voluto che la nostra vita trascorresse così, senza infamia e senza lode. Quale poteva essere, allora, l’oscura trama degli eventi? Perché il padreterno doveva avercela con noi con tutto quel can can che gli succedeva attorno?

No, non poteva essere Lui, non poteva essere il padreterno a volerci in balia degli elementi avversi, ma qualche lurido figlio di puttana che aveva invocato per noi la malasorte. E per cosa? Per qualche chilo di pesce in più? Non si diventa ingordi per così poco, porcaccia la miseria.

Attimi di tempo, momenti di pura follia… un’eternità.

A bordo della Maria Assunta in cielo il tempo perse di consistenza, e per quello che ricordo s’era addirittura fermato; non era lui a governare le nostre vite scandendo ogni momento che passava, ma la furia degli elementi, un’alleanza quasi perfetta, un gioco drammatico tra forze della natura a confronto, con noi testimoni inutili e soccombenti. Un macigno, la sorte.

Ero già rassegnato e pronto per il grande salto nel buio dell’inferno quando mi comparve dinanzi il volto irriconoscibile di Francesco Mura, il più giovane In mezzo a noi. Sembrava posseduto da una forza soprannaturale, una forza e una determinazione mai viste prima di allora. Aveva nelle membra la forza dell’amore. Un amore smisurato, puro, deciso, l’amore adolescente di un giovanetto per la sua ragazza, quando perfino l’ostacolo di una montagna può essere rimosso a calci e a cazzotti. Come si può spezzare la vita di un giovane uomo che ha dentro di sé la forza dell’amore? E difatti fu Francesco Mura a prendere in mano la situazione. Con il volto che sembrava una maschera insanguinata e il ghigno della paura stampato sulle labbra, prese in mano la situazione senza farsela sfuggire neanche per un minuto. Un salto e fu giù in macchina. Chiuse l’osterigio di coperta per impedire all’acqua di allagare la stiva, e mise in moto la pompa di sentina tenendola a tutti giri.

Poi risalì sul ponte, e tra i mal rovesci che provenivano da ogni parte, le sferzate di vento e la grandine grossa come chicchi d’uva mai maturati al sole d’estate, afferrò la ruota del timone e tenne la prua ben salda sulle onde alte che infrangevano, che si alzavano oltre ogni misura picchiando sulla coperta con una potenza d’urto senza pari.

La barca si raddrizzò. Finalmente si raddrizzò, e per quanto il suo costato di legno continuasse a scricchiolare sotto le percosse del mare, lottò. Lo fece contro gli elementi avversi, il fato, il destino, e contro la decisione di quel farabutto che non voleva saperne di noi, delle nostre famiglie, del santo Natale alle porte.

Poi un lampo, una lama di luce nel profondo delle tenebre.

Lo percepì appena, Francesco Mura. Lo percepì tra gli scrosci di acqua di un cielo chiuso, le onde spumose e prepotenti che sprofondavano la barca dopo averla sollevata tra le nuvole come fosse un moscerino. Ma seppe distinguerlo bene quel lampo, anche tra fulmini e saette che continuavano a sfrecciare in un cielo non più cielo, un cielo di piombo liquido, un cielo di acqua nell’acqua.

Ancora un lampo…

e quindi il terzo.

Non ebbe dubbi Francesco Mura, era il faro di Monte Orlando, la direzione di casa, la salvezza.

 

Ci torno tutti gli anni al cimitero. Il giorno di Natale lo trascorro lì, in compagnia dei defunti, non posso farne a meno. Raccolgo qualche ramoscello fiorito sporgente dalle inferiate dei giardini che incontro lungo la strada, li lego tutti insieme come posso e li deposito su un marmo bianco senza neanche un nome.

Una tomba solitaria, distante dalle altre, senza un indicazione precisa, una data, senza un bel niente; tutta consumata dalle piogge acide e dall’incuria degli uomini.

Non l’ho mai conosciuto Francesco Mura, e nemmeno la sua fidanzata. A dire il vero non l’ho mai incontrato prima di allora. L’ho intravisto sulla Maria Assunta in cielo, è pur vero, e si dava un gran da fare il poveretto, ma poi nulla piu’, nulla della sua famiglia, nulla degli amici, nulla di tutto il resto. Scomparso, svanito misteriosamente così come mi era apparso.

Nel nulla.

E’ da quella volta che lo piango.

Francesco Di Chiappari

Mike the Beautiful

 

Mike the beautiful

(I racconti del Capitano)

Ogni riferimento a fatti e persone è da intendersi del tutto casuale

Abbinata A Mike the beautiful


       Michele faceva gliu crapal. Mica voglio dire che lo abbia fatto per il resto della vita, naturalmente.

E solo che da giovinetto le aveva accompagnate eccome le capre sui pascoli alti della montagna, e avrebbe continuato ad accompagnarle se un cugino americano non si fosse ricordato di una promessa fatta a suo padre:

Se faccio fortuna, Giusepp’Antò, chiam a Michel.

E fece fortuna, il meschino!, come cameriere a Neviorche.

Vien a ‘ccà, gli aveva quindi scritto in un dialetto appena comprensibile; l’Ammerica is beautiful, l’Ammerica è chin’e dollar, l’Ammerica è l’Ammerica, guagliò!

Per carità, nulla a che dire nei riguardi di chi si dedica all’allevamento delle capre e dei bovi lungo i costoni degli Aurunci, anzi; il latte ed il formaggio di capra, per come sono prodotti e trasformati secondo antiche tradizioni dell’arte più genuina, rappresentano un’eccellenza da mantenere a tutti i costi. Io stesso ne vado ghiotto e periodicamente mi delizio con le caciottine fresche che cumpare Fernand porta da Alfredo.

     Il pastore, cari miei, è uomo libero, faceva Minicuccio tutte le volte che ne parlava in giro per il paese povero cristo. Poi un giorno, brutto come la pece, è scivolato in un burrone ai canali, si è rotto un paio di costole e non ce l’ha fatta più ad arrampicarsi come prima.

Ha finalmente appeso le scarpe al chiodo!, dissero di lui quei quattro zoticoni perennemente seduti al bar.

Ha passato la palla a cumpare Fernand, figlio e buono, e se ne va a spasso coi denari della pensione… continuarono imperterriti col sorrisetto ironico e fastidioso stampato sulle labbra.

L’ultima volta che l’ho incontrato sulla piazza di Maranola sembrava più dimesso, meno esuberante rispetto al  solito, allorché occorre staccargli la spina per tenerlo zitto qualche minuto.

    Che mestiere ingrato e avaro di gioie!, faceva guardandoci senza troppa convinzione.

    Ma ditemi – si riprendeva subito dopo con gli occhietti che gli brillavano all’istante – quale altro mestiere consente di rapportarti alla Natura e a Dio senza intermediazioni e compromessi?

    Non assomigliamo affatto a voi altri, signori miei! Lassù in montagna cresciamo liberi; non ci rinchiudiamo nelle vostre fottutissime automobili a rincorrere le frenesie della vita. Siamo diversi lassù, e se distendiamo le braccia verso l’azzurro del cielo rischiamo di toccarle per davvero, le nuvole.

    A vederlo oggi, Michele – e sono passati diversi anni da che è arrivato a New York a bordo della Andrea Doria – non puoi non rimanerne meravigliato. Vestito di tutto punto, elegante e ben curato, accoglie la clientela nello show-room dell’autosalone a Brooklyn offrendo – ancor prima di parlare d’affari – pasticcini, babà e sfogliatelle, come nella migliore delle tradizioni napoletane. Joseph (Beppe Cavicchio) di Castellammare di Stabia, gliele prepara personalmente nel laboratorio del retro bottega, ed in una confezione tutta infiocchettata e colorata d’azzurro, con la scritta “Sweet Cavicchio from Naples”, gliele consegna tre volte al giorno, fresche di forno. Una delizia.

     E’ per rifarsi il palato, dice Michele alla clientela prima ancora di tuffarsi nel business vero e proprio.

     Mister, it’s very good.

     Magnit… magnit, ca dopo so’ mazzat.

L’autosalone di Michele, che fa angolo tra l’Abemarle Road e la Bedford Ave nel cuore della Brooklyn palpitante, occupa parte di uno slargo adibito a ricovero per vecchie autovetture. In genere sono macchine incidentate o abbandonate, in parte anche rubate e mai più restituite, e per mesi e mesi se ne stanno lì ad aspettare che qualcuno le reclami. Una specie di deposito autorizzato, insomma, che consente a colui che lo gestisce di rifarsi delle spese e delle minchiate correlate attraverso la vendita dei  pezzi di ricambio recuperati dallo sfascio delle automobili: carrozzeria e motore. Alle brutte, dopo averle svuotate e catalogate in un archivio informatico collegato in rete, le accartoccia nella morsa idraulica e le rivende alle fonderie più accreditate come materiale ferroso da riciclare.

E indovinate un po’ a chi appartiene il business alle spalle dello show-room? A Michele naturalmente, che svolge funzione una e trina di guardiano, custode e rivenditore di pezzi di ricambio garantiti al limone. 

   “Scrap Metal”, riporta l’insegna sul retro del deposito tutta forgiata con dadi, bulloni, ganasce, cuscinetti e guarnizioni strausate. Una figata.

    L’altra insegna, però, l’insegna a lui più cara, disposta lungo il fronte principale di Abemarle Road (per essere vista da chiunque vi scarrozzi  in lungo e in largo), l’ha voluta così: sfarzosa e prepotente.

     Mille led colorati che su un pannello gigantesco si illuminano di notte in un gioco intermittente e variopinto senza eguali. E nel bagliore scenico che alterna il tricolore italiano alla bandiera a stelle e strisce degli stati federali americani, eccolo apparire lui, a cavalcioni della sua Harley Davidson tutta cromata del ’68. Spavaldo e imponente come un guerriero dai lunghi capelli svolazzanti scivola sui led intermittenti da destra a sinistra col dito puntato verso l’ennesima meraviglia, il colpo di scena finale, l’imprevisto, che da attore istrionico e consumato celebra ogni notte per rinnovare se stesso e la sua gloria:

      Mike the BeautifulChevrolet Operator.

 

 I am the father of Giuan…

Gliu pat di Giuan, dice a tutti  indicandolo in una foto. Ok?

Cumpare Michè!… John… se dice John, non Giuan.

Quand t’ampare?

                                                                                                                                                                        Francesco Di Chiappari

E mi sono guardato dentro

E mi sono guardato dentro

 

L’altro giorno un ventenne calato nella società del mordi e fuggi e della strafottenza generalizzata, con una peluria che gli contornava il mento e lo faceva ritenere inadatto ad esprimere concetti più consoni ai cultori di esperienza, si cimentava con dimestichezza nel teorizzare come l’appartenenza al gruppo fosse l’unico mezzo per sopperire ai disastri creati dallo sfibramento della famiglia e dello Stato.

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Il gruppo è così, diceva, e lo stare insieme crea una sinergia che aiuta a superare le delusioni e la mancanza di fiducia nei riguardi del futuro. Rifugiarsi nel gruppo significa parlare, discutere, prendere decisioni collettive che aiutano a superare dissapori ed incomprensioni che provengono dall’esterno. Nessuno più ascolta nessuno, e noi, ormai, non ci facciamo più illusioni. Ci hanno rubato tutto, perfino la voglia di sognare. E ci accusano poi che siamo noi a non essere interessati a questo straccio di vita inutile ed insignificante.

E voi parlate del matrimonio? – diceva lo sbarbatello.

A che serve il matrimonio!

A far nascere altri illusi sotto il beneplacito della legalità?

A prenderci per le palle dopo che per anni ci hanno presi per il culo?

E’ un concetto lontano anni luce, ormai, inadatto ai tempi d’oggi.

Vedete!, io vivo in una famiglia allargata dove ognuno è abituato a fare ciò che gli pare. Non ricordo un giorno di quest’anno in cui siamo stati tutti insieme a tavola a chiacchierare, e se parlo di mio padre o di mia madre non saprei riconoscerli affettivamente, tanto siamo distanti nella vita e nell’amore. Ognuno per proprio conto, sul margine della propria strada.

Oggi è così, si vive così, viviamo l’insicurezza ed il disordine della quotidianità senza appesantirli ulteriormente con sovrastrutture mentali che nessuno più riconosce; difficilmente si progetta il futuro.

 

Lo sentii raccontare a quel ventenne,

e parlava senza dubbi,

senza indecisioni,

e ne rimasi sconvolto,

e ne sentii il peso sulle spalle.

 

Avvertii la responsabilità di tutta una generazione, la mia; la trascuratezza di un collettivo che ha finito per chiudere gli occhi facendo terra bruciata laddove l’erba doveva germogliare rigogliosa; una società intera che si è messa a rincorrere il benessere materiale perdendo di vista i valori fondanti della vita, abdicando le responsabilità alla famigerata crisi e trascurando molto spesso i figlioli.

E mi sono guardato dentro, e mi sono sentito come una moneta del vecchio conio da ritirare dal mercato globale perché svalutata del suo valore. Tutta una collettività svalutata, la nostra, arrivata sull’abisso del mondo highteach con la testa sotto la sabbia ed il culo per aria come fanno gli struzzi e certuni sognatori della domenica.

 

Francesco Di Chiappari

GIUAN (Pastorello suo malgrado)

GIUAN

(pastorello suo malgrado)

Giuseppe Antonio si sentiva realizzato.

Avvertiva il cuore battergli nel petto prepotente, il sangue scorrergli nelle vene come l’acqua che sprizza dal rubinetto di una fontana quando è aperto a tutto spiano, e bastava poco, ma veramente poco per ringalluzzirgli l’alter ego di fronte al fisico asciutto di una ragazza che gli passava accanto.

Mi basta l’odore che sprigiona la sua pelle, diceva.

Lo avverto come i cani avvertono le esalazioni di una cagna che intende attrarre il maschio per una sveltina dietro l’angolo di casa.

E poi, a quell’età!

 

Come si fa a tenerlo lì, a quell’età; a tenerlo buono ed imbacuccato con il mondo che ci ghermisce con le sue mille tentazioni? Seni, cosce, culi e fianchi, appartengono alla preistoria dell’erotismo che ha modellato il secolo scorso, troppo inflazionati e abusati; noi facciamo ben altro, la promiscuità ci rende vivi, e la promiscuità, credetemi, non ammette limiti, né confini all’ammissibile. Non siamo mica torte di pastafrolla alla crema?, proseguiva. La carne è carne, e se alla fin fine si arriva sempre per puntare gli occhi su qualcuno, allungarvi la mano, desiderarlo prepotentemente come mai nessuno al mondo, di chi è la colpa? Di nessuno è la colpa, né tanto meno nostra, è la colpa.

Giuseppe Antonio si scompisciava dalle risate.

     Faceva montare Mary Ann sul sellino della sua Harley – Davidson, modello vintage del ’68, e se la spassava portandosela in giro tra la trentanovesima e la quarantacinquesima strada, prima ancora di sostare all’Oldest Italy of drink per la solita birra scura di metà giornata.

     Poi rimontavano sul sellino della bestia cromata, e avendo in mente un’idea precisa e ben collaudata, svoltavano l’angolo tra il Cunnigan Trinity College, la mensa parrocchiale di Sant James e l’Irish Drake Pub, che Mike O’Connolly aveva fatto costruire sulla base di un tipico locale della Belfast degli anni ’60. Infine, a motore ancora roboante si addentravano nel magazzino del vecchio teatro delle Streghe fermandosi nello slargo del retro palco.

    Qui scendeva con Mary Ann, si mettevano comodi nella penombra di camerini semi abbandonati (con qualche foto di Marilyn ancora attaccata alla parete, amaro ricordo degli anni sessanta) e tirando fuori il piffero e la zampogna incominciavano a menarsela di santa ragione fino a non poterne più. Restavano così almeno un paio d’ore, a soffiarci dentro a tutto spiano, con lei che si muoveva sinuosa intorno a lui, intonandogli lo strumento tutte le volte che lo sentiva emettere una nota stonata. Quindi sfiniti e sufficientemente rilassati tornavano a casa – suppergiù per l’ora di cena – con le guance che sembravano arance rosse maturate al sole impietoso della California.

     Fiorello LaGuardia High School era la scuola di tutti nella zona.

Di tutti per modi di dire, nel senso che era frequentata dai rampolli delle famiglie della media borghesia newyorkese che si erano indirizzati allo studio della musica e delle arti figurative in genere. Al centro di un quartiere popoloso e ricco di iniziative culturali, rappresentava il fiore all’occhiello della comunità degli italo americani che in quella terra avevano fatto fortuna a partire dal primo dopoguerra. Commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori edili, giardinieri, qualcuno nel terziario, e per i fine settimana si riunivano in casa di questo o di quello per collaudare il proprio dialetto, offrire pietanze fatte in casa, rivivere i ricordi della patria lontana. Tra l’altro, conviene ricordare, che sono proprio i nostri connazionali i maggiori finanziatori delle iniziative della scuola, e nel cartellone degli eventi che annualmente vengono organizzati e messi in scena non mancano mai opere di Verdi, di Rossini, o spettacoli teatrali in lingua napoletana. Una sciccheria.

      L’auditorium della scuola era affollato in ogni ordine di posto; il saggio di fine anno avrebbe decretato il livello raggiunto dagli studenti attraverso un’opera teatrale che coordinava musiche, immagine e recitazione. In platea c’era fermento, si avvertiva il brusio delle grandi occasioni, e a sentire le chiacchiere degli occupanti i posti di prima fila, lo sleng più diffuso non era mica il newyorkese strascicato, (certamente inquinato dalle molte etnie che qui vi convivono), bensì una forma di dialetto decadente che mescolava l’inglese americanizzato con la cadenza propria delle lingue del meridione d’Italia.

     Ninè, come in!… Aggià truat’ o post.

     Huè, paisà, seat down, how are you cummar’Assuntì?

L’apertura del sipario fu preannunciata dalla voce dello speaker che chiedeva a tutti di fare silenzio in sala, e allo spegnersi dell’onda di brusio e del chiacchiericcio generalizzato, mentre gli ultimi posti venivano occupati dai soliti ritardatari incalliti, ecco il palcoscenico illuminarsi lentamente come si illumina il mondo al sorgere di una nuova alba.

Sullo sfondo della scena le immagini suggestive dei megaliti di Stonehenge, mentre ragazzi e ragazze in abito tradizionale intonavano un canto soave sulle note di una cornamusa apparentemente lontana. Quindi il faretto direzionale, scrutando nella penombra del palcoscenico, indirizzava lentamente la sua focale su due pastorelli intenti a suonare: lui il piffero, lei una specie di zampogna, e mentre avanzavano sommessamente verso gli altri ragazzi al centro del coro:

     Giuan, my soon, si brav!, si brav!…

fece una voce solitaria proveniente dalla sala.

     Cumpare Michè!… John… se dice John, non Giuan.

     Quand t’ampare?

Risate collettive, risate grasse, risate scanzonate, mentre le guance dei due giovinetti, involontariamente posti  al  centro dell’attenzione, si avvamparono di rosso scarlatto come la buccia delle arance che si maturano al sole impietoso della California.


Francesco Di Chiappari

Le Belle Persone

LE BELLE PERSONE

     Le belle persone le noti all’istante, anche in mezzo alla confusione. E non parlo delle persone belle… quelle alte, slanciate, dal fisico asciutto e ben disegnato. Troppo facile, ragazzi, non è a queste che mi riferisco.

     Parlo, invece, delle belle persone, le persone belle dentro. Una bellezza che difficilmente si evidenzia se poco abituati a riconoscerla, una bellezza diversa dalle altre, che risiede in un luogo non luogo, di quelli nascosti e appartati dove indossare vestiti alla moda o mostrare muscoli e fisicità non fa alcuna differenza. Le belle persone, quelle di cui parlo io, non hanno bisogno di mettersi in vetrina come fanno tanti altri nella vita, e il loro apparire è discreto, sempre rispettoso degli spazi e dei momenti altrui. Volendole definire con parole succinte e ben articolate posso aggiungere che appartengono alla schiera degli educati, una specie assai rara oggigiorno, giudicata addirittura in via d’estinzione, che ne dite?

      Le volte che ne ho incontrata una – succede di rado, ma succede – più di ogni altra cosa mi ha colpito la stretta di mano. Quanto dice una stretta di mano se si possiede la sensibilità di soppesarla; è l’inizio di un percorso esplorativo che può portare lontano, più di una radiografia computerizzata stratificata.

Ho conosciuto persone che neanche fai in tempo a dargliela la mano che già volgono in ritirata. E se provi a intercettarla quella benedetta mano, a stringerla per bene, come si conviene per naturale gesto di cortesia, trovi solo aria fritta. Avverti appena il tatto dei polpastrelli che il più delle volte senti umidi e mollicci. La loro è una non stretta di mano che mette in evidenza comportamenti discutibili, spesso insicuri, atteggiamenti indecisi e sfuggenti, insomma al limite della timidezza. Sono per lo più persone che abbassano lo sguardo, dirigono gli occhi altrove e tagliano corto.

Con altri, invece, succede di peggio. Te la stritolano la mano. Sono come schiaccia sassi autorizzati dalla Motorizzazione Civile Metropolitana e se decidono di passarti addosso lo fanno all’improvviso, maciullandoti. Magari senza accorgersene – così dicono per giustificarsi – anche se poi il sospetto che lo facciano apposta resta più che legittimo. Sono strette di mano cafone che mettono a disagio, e sono quasi sempre accompagnate da atteggiamenti di arroganza, supponenza e presunzione. Ti guardano dritti negli occhi come a volerteli bucare, e una volta che l’hanno afferrata la tua mano non la mollano più. La tengono serrata in una morsa perfetta, smuovendola violentemente in un saliscendi energico e deciso che spesso si ripercuote sull’articolazione del polso. (Ahi!, e che cazzo.) E’ una sofferenza inaudita averci a che fare.

Infine ci sono quelli come me, e molti altri ancora naturalmente, che di fronte ad una persona che vedono volentieri glielo comunicano con una bella stretta di mano. Sicura, calorosa, mai troppo forte e fastidiosa, e neppure molle ed insicura. E’ semplicemente una bella stretta di mano, che in genere si accompagna ad un sorriso largo così, ancor prima di aprir bocca per il fatidico saluto di circostanza: ‘Azz, k’ staj beglje.

 

(Francesco Di Chiappari)