Archivi categoria: La Parrocchia

STORIA DI UN PRETE X CAP DON RAFFAELE

CAPITOLO X

Alla fine della storia

Cosa mai restò a don Raffaele della sua gioventù trascorsa nell’azione pastorale svolta a Trivio?
Certamente si tratta di un’epoca eroica e di sacrifici per tutti e perciò difficile da giudicare oggi col senno di poi.

 

Una conclusione a questa storia crediamo la possa dare una lettera scritta da mons. Luigi Fiore nella sua qualità di amministratore diocesano in data 6 aprile 1957 e nella quale vengono descritte le condizioni difficili in cui versa ancora in quell’epoca la parrocchia di Trivio e che, un tempo imputate a don Raffaele, non vennero mai rimosse.
Le difficili condizioni di vita erano oggettive e causate dai tempi che si vivevano, purtroppo, e non oggettive, dipendenti cioè da un unico soggetto.

Lettera di mons. Luigi Fiore

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STORIA DI UN PRETE 8°

STORIA DI UN PRETE

 

Don Raffaele Di Iorio,

 

parroco di Trivio [8]

Formia: CAPITOLO VIII 
La memoria difensiva del parroco

Il 5 novembre 1952 il parroco di Trivio, don Raffaele Di Iorio, conosciuti finalmente gli addebiti che gli venivano mossi, può preparare la sua memoria difensiva che, da per sè stessa, rappresenta una sintesi della vita del tempo. 
Qui di seguito è riportata la trascrizione integrale del documento.


 

 

“A Sua Ecc.za Rev.ma l’Arcivescovo di Gaeta. – Memoria difensiva – “Il sottoscritto ha finalmente ricevuto in data 25 ottobre 1952 una comunicazione della Curia Arcivescovile di Gaeta con la quale vengono indicate le cause che – a giudizio dell’Ecc.mo Ordinario – hanno determinato i gravi provvedimenti presi sinora e contro i quali il sottoscritto si oppone con tutte le sue forze perchè sono illegittimi ed ingiusti. 
“La stranissima procedura adottata nel caso ci ha fatto assistere al curioso fenomeno di un invito rivolto reiteratamente e quasi imposto al parroco di Trivio a presentare le dimissioni, senza che gli fossero mai addebitati fatti precisi, alla sospensione dalle funzioni parrocchiali, ed infine ad un decreto di rimozione fondato sempre su accuse generiche e poco convincenti. Infine, quando la doverosa, ma rispettosa opposizione del sottoscritto ha messo in rilievo come per la mancata specificazione degli argumenta, ossia di precisi fatti addebitati al colpito, tutto il procedimento dovesse considerarsi nullo, solo allora si provvedeva a far sapere le ragioni della rimozione.

Don Raffaele Di Iorio anziano in una fototessera“Ma s’ingannerebbe chi volesse cercare nella comunicazione della Curia degli addebiti precisi di fatto: troverebbe soltanto di nuovo generiche accuse ed inconcludenti pretesti. Si che la coscienza del sottoscritto, mentre si consola perchè vede confermata la mancanza completa di ogni consistenza alle accuse infondate di cui ormai da gran tempo la si vuole tormentata, d’altra parte ne trae motivo di nuova amarezza, ma anche di nuova forza per reagire e difendersi contro tante angherie. “Esaminiamo dunque uno per uno gli argumenta, le mancanze che hanno provocato la nostra condanna. 
1) Il decreto della S.C. del Concilio del 31 maggio 1952 che riconosce l’incapacità del parroco don Raffaele Di Iorio ad adempiere i suoi doveri. 
Più che di una causa di imperizia, ci pare trattarsi, se decreto vi è stato, di un precedente alla cui autorità l’Ecc.mo Ordinario non ardisce di opporre, col Suo giudizio sereno, la verità dei fatti. 
Ma prescindiamo da ciò. Si è fatto cenno talvolta nella corrispondenza indirizzata al sottoscritto di una lettera della S.C. del Concilio, nella quale si consigliava di sostituire il parroco di Trivio; non si è mai parlato di decreto. E difatti di decreto non può trattarsi. 
La Sacra C. del Concilio non ha mai chiamato il sottoscritto a rispondere di colpe e di mancanze; alla S. C. C. sono soltanto pervenuti esposti a mio carico fatti molto probabilmente dalle stesse persone che, prive di carità ed in perfetta mala fede, mi accusano con tanto successo presso l’Ecc.mo Ordinario. La S. C. C. ha inoltre avuto dall’Arcivescovo di Gaeta comunicazione delle accuse rivolte contro di me e naturalmnte ha risposto in conseguenza. La Sua lettera può dunque servire solo a stabilire che nell’ipotesi che quelle accuse fossero vere, il vescovo avrebbe dovuto provvedere nel senso indicato; ma non possono davvero essere prova della veridicità delle accuse stesse! 

La S. C. C. avrà scritto all’Arcivescovo di compiere le opportune indagini e di provvedere se queste avessero comprovato la verità delle accuse. Sono state mai compiute queste indagini? E’ stato mai consentito al sottoscritto, prima di oggi, di esporre le proprie ragioni in contraddittorio coi propri detrattori? E se veramente la Congregazione avesse emesso un tale decreto, quale valore potrebbe esso avere, quando non sono state osservate in alcun modo le norme di legge a tutela dell’accusato? Non si lasci la penosa impressione di voler coprire il proprio ingiusto provvedimento con una pretesa precedente pronuncia di un Organo Superiore. 
2) La pretesa imperizia del rev. Di Iorio sarebbe poi provata dalla sua stessa domanda di un Vicario coadiutore, giacchè egli stesso avrebbe riconosciuto in questo modo di non essere capace, da solo, a reggere la parrocchia. 
Come è doloroso constatare che, quando si vuol colpire ad ogni costo, tutti i pretesti sono buoni! E qui si vuole approfittare della buona fede e dell’umiltà del sottoscritto per foggiare giustificazioni al proprio comportamento! 
Non è ignoto all’Ecc.mo ordinario che la proposta del sottoscritto di associarsi a proprio carico un vicario coadiutore nell’esercizio del ministero parrocchiale, fu soltanto una proposta avanzata per risolvere la situazione creatasi in seguito alle accuse infondate rivolte contro il parroco; questi allora, per spirito di sottomissione e di ubbidienza, propose al Vescovo che gli chiedeva di dimettersi per ragioni che egli non riteneva sufficienti, di venire incontro alle Sue preoccupazioni senza dover sottostare alla non meritata umiliazione di abbandonare la parrocchia, accollandosi il peso di un Vicario coadiutore. 
Non è onesto approfittare di queste dichiarazioni del parroco per trarne argomento di colpevolezza a suo carico! Leggasi a questo proposito la lettera inviata dal Rev. Di iorio al Vescovo il 30 giugno 1952. 3) Mancanza della cultura necessaria all’esercizio del ministero parrocchiale, provato dalla poca stima che ne ha il popolo (vox populi vox Dei). 
Ancora vaghi addebiti e non fatti precisi! 
Si noti soltanto che il Rev. Di Iorio è parroco a Trivio dal lontano 1924. 
Egli ha retto dunque una parrocchia difficilissima per 28 anni, dove nessun altro sacerdote ha resistito per tanto tempo. Dopo quasi tre decenni, nel corso dei quali la sua opera è stata sempre riconosciuta ed apprezzata dal Vescovo, ci si accorge improvvisamente che egli non ha la cultura necessaria per fare il parroco. Che dire di ciò? Se non ce lo impedisse il rispetto per Chi ha formulato questo appunto, dovremmo dire che si tratta di miseri pretesti, falsi ed infondati, architettati soltanto per sostenere accuse altrettanto infondate e calunniose. 
Ci si espongano fatti e non vaghe accuse! Ci si dica chi del popolo ci disistima, ci si mostrino le lettere pervenute in Curia; non ci si limiti a ripetere col proverbio Vox populi vox Dei. E non si tema di mettere alla luce accuse ed accusatori: la verità è luce e le tenebre giovano soltanto alla menzogna ed ai falsari! 
La verità è che il popolo di Trivio è unanimemente insorto avverso la persecuzione di cui è stato fatto oggetto il suo parroco. Tanto è vero che in quell’occasione il Vescovo trovò modo di accusare il parroco di sobillazione e fece intervenire l’autorità civile di Pubblica Sicurezza con grave scandalo di tutti. Ebbene, come può un popolo che non stima il proprio parroco e non lo vuole più, ribellarsi poi ai provvedimenti che si prendono proprio in questo senso a carico di lui? O – diciamo pure come preferisce il Vescovo – come si spiega che un popolo che non può più sopportare il parroco si lasci poi sobillare da lui, proprio quando ha ottenuto lo scopo, e contro il vescovo che vuole allontanare il parroco? 
Forse la colpa è della nostra poca cultura, ma non ci pare che ci sia molta logica in queste contrastanti affermazioni. 
Vorremmo che si potessero leggere le lettere dei Triviesi ora in America i quali non inviano più oboli per la Festa del Patrono perchè non c’è più il loro caro parroco! Con quanto affetto si esprimono! Altro che disistima! 
E non ricorda il Vescovo tutte le volte che gente di Trivio è andata a Gaeta (e non è stata nemmeno ricevuta) per perorare la causa del sottoscritto? Anche costoro fanno parte di quel popolo, che è vox Dei. 
Ad ogni modo, poichè la legge ce lo consente, indichiamo i nomi di alcune persone che possono essere sentite come testimoni su questi fatti: 
Pasquale Gallinaro – Sindaco di Formia; 
Giovanni Guglielmo fu Luca – Trivio; 
Luciano Parente fu Giuseppe – Trivio; 
Vincenzo Cardillo fu Giovan Battista – Trivio. 
Vogliamo infine ricordare come le condizioni della parrocchia di S. Andrea in Trivio non siano affatto peggiori di quelle di tante altre parrocchie della Diocesi di Gaeta. E a questo proposito si potrebbe opportunamente invocare il proverbio Vox populi vox Dei, perché tutti sono a conoscenza di questo. Ora, se la situazione è comune, il fatto che sia colpito soltanto il parroco di Trivio induce a pensare che altri motivi, non quelli ufficialmente dichiarati, spingono la mano del Giudice a condannare e colpire. 
4) Si parla poi di cattiva amministrazione del beneficio. Anche qui le accuse non si sostanziano di fatti concreti e restano nel vago. 
E’ vero che fu affiancato al parroco un amministratore, il quale però una sola volta fece una visita a Trivio e poi non si curò più della parrocchia. 
L’amministrazione è stata sempre tenuta dal parroco con tutta la sua buona volontà fin dal 1924. 
Dopo la guerra – perchè è a questo periodo che si riferiscono le accuse di incapacità – il beneficio era ridotto naturalmente in cattive condizioni. 
Ebbene, fu soltanto per gli sforzi del parroco (restato in parrocchia in condizioni assai precarie) se si riuscì ad ottenere dal Genio Civile la riparazione di buona parte dei danni della chiesa e della canonica: ben tre lotti di lavori sono stati eseguiti a tutt’oggi. 
Mentre il quarto lotto non è stato ottenuto soltanto per l’incuria degli uffici diocesani che avrebbero dovuto confermare la richiesta del parroco presso il Genio Civile di Latina, e non l’hanno fatto, nonostante le istanze del sottoscritto (v. lettera che si allega in copia, rimasta senza risposta). 
Per quanto riguarda i fondi rustici del beneficio, è ben nota alla Curia la cura adoperata dal parroco nella scelta dei coloni che li coltivassero e nella stipulazione dei contratti: prova palmare è il contratto stipulato con il sig. Giuseppe Forte, di cui esiste copia negli archivi della Curia, nel qual contratto si ottenne l’accollo dei contributi unificati da parte del colono ed altre condizioni di favore. Inoltre si allegano copie di altri contratti stipulati con altri affittuari in epoche diverse e conservati in originale dal sottoscritto. Può definirsi questa cattiva amministrazione? Si allegano anche le bollette dell’imposta fondiaria, regolarmente pagata a tutt’oggi. E’ questa cattiva amministrazione? 
Quanto ai canoni enfiteutici, c’è molta difficoltà ad esigerli attualmente, data la loro recente rivalutazione a 16 volte il loro primitivo valore; nè conviene di fare dei giudizi per obbligare gli enfiteuti a pagare, data la misera somma dovuta da ognuno. Si allega comunque blocco di ricevute relative ai canoni del 1952 (nella misura maggiorata) solo in parte pagati. E’ questa cattiva amministrazione, incuria del parroco? 
Certo è che quando questi si rivolge agli uffici diocesani per assistenza (come quando ha richiesto la collaborazione di quello amministrativo per la compilazione dei quadri esecutivi dei canoni enfiteutici), non è mai riuscito a trovare qualcuno che lo ascoltasse. Si è sentito anzi dire: ‘Li paghi tu gli impiegati per far funzionare gli uffici in Curia?’. E’ anche questa cattiva amministrazione, ma non certo del parroco! 
“Concludiamo, ripetendo che siamo a completa disposizione del Giudice per tutto quello che potrà giovare ad un giudizio sereno ed equo, pronti a riconoscere se abbiamo errato, come a tutti può capitare a questo mondo; ma altrettanto pronti a difendere il nostro buon nome di sacerdote e di parroco. 
Con la massima osservanza. Sac. Don Raffaele Di Iorio”. 

Ma il Vescovo insiste sulla sua posizione ed, anzi, arriva addirittura a proporre al vecchio sacerdote di sostenere un apposito esame scolastico per stabilire se possieda o meno la “scienza” per poter svolgere il suo ministero sacerdotale. 

Forse le ragioni vere di questa dolorosa vicenda stanno racchiuse proprio in questa frase riportata nella memoria difensiva: “Mentre il quarto lotto (della ricostruzione della chiesa, n.d.r.) non è stato ottenuto soltanto per l’incuria degli uffici diocesani che avrebbero dovuto confermare la richiesta del parroco presso il Genio Civile di Latina, e non l’hanno fatto, nonostante le istanze del sottoscritto (v. lettera che si allega in copia, rimasta senza risposta)”. Prima la rinuncia e poi la rimozione del parroco avrebbe coperto l’inefficienza degli uffici diocesani e, nel contempo, evitata qualsiasi protesta del parroco e le conseguenti responsabilità del vescovo verso i propri superiori.

 

STORIA DI UN PRETE PARROCO DI TRIVIO DI FORMIA 9

STORIA DI UN PRETE –

 

 

Don Raffaele Di Iorio,

 

parroco di Trivio [9]


Formia: Poesia alla Madonna del Piano
Tra le carte di Don Raffaele Di Iorio si trovava questo componimento manoscritto in onore della Vergine Santa del Piano, venerata in Ausonia (paese d’origine della sua famiglia e dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita), ed alla quale era particolarmente legato.

santuario del Piano
santuario del Piano

Non possiamo essere certi dell’attribuzione, ma tutto lascerebbe pensare ad una sua calligrafia di età giovanile. Il tipo di carta usata, la calligrafia ed il contenuto fanno pensare ad un lavoro composto prima della seconda guerra mondiale.
Oggi non esiste più il “gorgoglio di limpide acque” del torrente antistante il santuario del Piano nè esistono più le “orfanelle” del soppresso Istituto annesso al santuario.


E’ l’ora del tramonto e in questa valle
verde d’olivi e d’aranceti in fiore
echeggia un coro d’argentine voci:
Ave, Ave Maria.

S’erge nel cielo il campanil del tempio,
sfolgora all’aria i vivi suoi colori,
e al dolce canto uniscon le campane
le lor mistiche note:
Ave, Ave Maria.

S’effonde il canto nella verde valle,
l’eco ridesta gli abitur remoti
e i faticosi villici, deposti
i rustici strumenti,
volgono al tempio l’anima devota
e pregano ferventi:
Ave, Ave Maria.

Spira tra i rami tremuli di canti
Un fresco venticello,
splende nel cielo candida la luna,
ed il torrente, che tranquillo scorre
in mezzo alla verdura,
canta col gorgoglio di limpide acque:
Ave, Ave Maria.

Escon dal tempio a schiere
pensose le orfanelle
cinte le chiome di fragranti rose,
e in coro cantan magica armonia:
Ave, Ave Maria.

Tutto parla di te, Vergine bella:
il campanil con le frementi squille,
tra i rami gli augelletti
coi lor dolci pispigli,
le candide orfanelle
cinte di rose il biondo crine e i petti,
i mari, i fiumi, i monti,
le polle e i ruscelletti,
i fiori nelle aiuole
e nell’azzurro universale il sole.

Da tutti i cuori a Te si levan preci,
da tutti i cuori si levano singulti,
e lacrime invocanti
le grazie tue divine
bagnano i lini del marmoreo altare.

Per chi ai tuoi piedi prega
Di cuore e senza tregua
Il priego non è vano,
O Vergine Santissima del Piano

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STORIA DI UN PRETE 7°CAP VERSO L’EPILOGO

STORIA DI UN PRETE –

 

Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio [7]


Formia:

 

 

CAPITOLO VII

Verso l’epilogo

Il 17 ottobre 1952 il vescovo di Gaeta rende note al parroco Di Iorio le cause della sua rimozione e cioè: 1) incapacità; 2) cattiva amministrazione delle cose temporali della parrocchia con gravi danni ai possedimenti parrocchiali.

Questa comunicazione giungeva al Di Iorio il 25 ottobre, ma nel frattempo il giorno 18 con raccomandata n. 1248, dall’ufficio postale di Roma Centro, il sacerdote inviava un esposto al vescovo: ” In data 11 ottobre 1952 è stato notificato a mezzo del servizio postale il decreto di rimozione dalla parrocchia di Trivio, emesso dall’Ecc.za vostra in data 29 settembre 1952.

 

 


 

“Avverso tale decreto, che tristamente conclude un lungo periodo di umiliazioni e di calunniose vessazioni a suo danno, il sottoscritto ha il dovere – prima ancora che il diritto – di reagire con tutti i mezzi che i SS. canoni pongono a sua disposizione e pertanto, propone, con la presente, opposizione ai sensi del can. 2153 del Codice di Diritto Canonico.

“Già prima della emanazione del decreto, il sottoscritto aveva ripetutamente espresso all’Ecc.za Vostra Rev.ma i motivi di ordine morale che non gli consentivano di rinunciare alla parrocchia sotto il peso di accuse infamanti e calunniose. In questa sede è indispensabile far presenti i motivi di diritto che impongono la revoca del decreto stesso.

1) Gli atti tutti del procedimento di rimozione sono viziati di invalidità a norma del can. 2148 par. 2. Questo infatti richiede espressamente a pena di invalidità che nell’Invito alla rinunzia da rivolgersi al parroco prima del decreto di rimozione siano indicati, oltre alle cause del provvedimento, anche gli argomenti che le giustificano. Nell’invito rivolto al sottoscritto il 10 settembre 1952 manca invece un sia pure lontano accenno ai motivi, alle circostanze, agli episodi, di cui si sostanziano, secondo gli anonimi accusatori, le cause indicate: l’imperizia e la cattiva amministrazione del beneficio. E come può difendersi un uomo a cui carico si formulano tanto gravi accuse, se con gli si dice che cosa ha fatto per meritarle?

“Come si può – anzi – onestamente accusare di imperizia un parroco che ha retto la parrocchia per 28 anni, senza che mai prima d’ora sia stata messa in dubbio la sua capacità? Un parroco che ha compiuto il suo dovere anche, e soprattutto, in condizioni di particolare disagio, specie nel periodo immediatamente successivo alla guerra, condizioni che più di una volta hanno indotto la stessa Ecc.za Vostra Rev.ma a riconoscerle e ad apprezzarle?

Si dicano questi fatti! Per una inderogabile esigenza di giustizia, prima ancora che per rispondere al preciso disposto del canone citato. 2) Nel decreto il sottoscritto ha appreso per la prima volta di aver perduto la stima dei probi della parrocchia.. Per la prima volta; giacchè nell’invito del 10 settembre le cause della rimozione erano soltanto due: l’imperizia e la cattiva amministrazione del beneficio. Anche per questo capo è necessario che mi sia concessa la possibilità di difendermi. Ed io chiedo fin da ora di essere ammesso ad esibire tutti i documenti in mio possesso relativi alla amministrazione e chiedo che siano sentiti come testimoni, riservandomi di indicarne altri se necessario, le seguenti persone che potranno ben deporre sulla mia posizione di parroco amato e seguito da tutto il popolo a me affidato:

1)Filosa Gildo fu Luigi;

2)Forte Aurelio fu Angelo;

3)De Meo Pietro fu Antonio;

4)De Meo cav. Mauro fu Gaspare.

 


“Tutto ciò premesso e considerato, e con espressa riserva di aggiungere e di illustrare i motivi di opposizione, concludo perchè la Ecc.za Vostra Rev.ma voglia revocare il decreto di rimozione del 29 settembre 1952 in quanto invalido ai sensi della legge canonica, prima ancora che inesatto ed ingiusto nel merito.

Confido come sempre nella Giustizia di Dio che vorrà servirsi come Suo strumento dell’Ecc.za Vostra Rev.ma perchè mi sia restituita, con una giusta decisione, la tranquillità che peraltro ho sempre piena ed inalterata nella mia coscienza di Sacerdote. Dell’Ecc.za Vostra dev.mo in Cristo, Sac. Raffaele di Iorio. 18 0ttobre 1952″.

Con questo esposto termina il primo atto della controversa vicenda che non terminerà con il rinnovato giudizio negativo del vescovo, ma si trascinerà ancora per vari anni presso la Sacra Congregazione del Concilio senza che il sacerdote, ormai anziano, abbia mai potuto ottenere quella giustizia tanto agognata.

Le cause della rimozione decretate dall’arcivescovo

Le cause della rimozione decretate dall’arcivescovo

segue il documento della rimozione

STORIA DI UN PRETE 7° CAPITOLO

STORIA DI UN PRETE – Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio [7]
Formia: CAPITOLO VII
Verso l’epilogo

Il 17 ottobre 1952 il vescovo di Gaeta rende note al parroco Di Iorio le cause della sua rimozione e cioè: 1) incapacità; 2) cattiva amministrazione delle cose temporali della parrocchia con gravi danni ai possedimenti parrocchiali.

Questa comunicazione giungeva al Di Iorio il 25 ottobre, ma nel frattempo il giorno 18 con raccomandata n. 1248, dall’ufficio postale di Roma Centro, il sacerdote inviava un esposto al vescovo: ” In data 11 ottobre 1952 è stato notificato a mezzo del servizio postale il decreto di rimozione dalla parrocchia di Trivio, emesso dall’Ecc.za vostra in data 29 settembre 1952.
“Avverso tale decreto, che tristamente conclude un lungo periodo di umiliazioni e di calunniose vessazioni a suo danno, il sottoscritto ha il dovere – prima ancora che il diritto – di reagire con tutti i mezzi che i SS. canoni pongono a sua disposizione e pertanto, propone, con la presente, opposizione ai sensi del can. 2153 del Codice di Diritto Canonico.
Le cause della rimozione decretate dall’arcivescovo
“Già prima della emanazione del decreto, il sottoscritto aveva ripetutamente espresso all’Ecc.za Vostra Rev.ma i motivi di ordine morale che non gli consentivano di rinunciare alla parrocchia sotto il peso di accuse infamanti e calunniose. In questa sede è indispensabile far presenti i motivi di diritto che impongono la revoca del decreto stesso.
1) Gli atti tutti del procedimento di rimozione sono viziati di invalidità a norma del can. 2148 par. 2. Questo
infatti richiede espressamente a pena di invalidità che nell’Invito alla rinunzia da rivolgersi al parroco prima del decreto di rimozione siano indicati, oltre alle cause del provvedimento, anche gli argomenti che le giustificano. Nell’invito rivolto al sottoscritto il 10 settembre 1952 manca invece un sia pure lontano accenno ai motivi, alle circostanze, agli episodi, di cui si sostanziano, secondo gli anonimi accusatori, le cause indicate: l’imperizia e la cattiva amministrazione del beneficio. E come può difendersi un uomo a cui carico si formulano tanto gravi accuse, se con gli si dice che cosa ha fatto per meritarle?
“Come si può – anzi – onestamente accusare di imperizia un parroco che ha retto la parrocchia per 28 anni, senza che mai prima d’ora sia stata messa in dubbio la sua capacità? Un parroco che ha compiuto il suo dovere anche, e soprattutto, in condizioni di particolare disagio, specie nel periodo immediatamente successivo alla guerra, condizioni che più di una volta hanno indotto la stessa Ecc.za Vostra Rev.ma a riconoscerle e ad apprezzarle?
Si dicano questi fatti! Per una inderogabile esigenza di giustizia, prima ancora che per rispondere al preciso disposto del canone citato. 2) Nel decreto il sottoscritto ha appreso per la prima
volta di aver perduto la stima dei probi della parrocchia.. Per la prima volta; giacchè nell’invito del 10 settembre le cause della rimozione erano soltanto due: l’imperizia e la cattiva amministrazione del beneficio. Anche per questo capo è necessario che mi sia concessa la possibilità di difendermi. Ed io chiedo fin da ora di essere ammesso ad esibire tutti i documenti in mio possesso relativi alla amministrazione e chiedo che siano sentiti come testimoni, riservandomi di indicarne altri se necessario, le seguenti persone che potranno ben deporre sulla mia posizione di parroco amato e seguito da tutto il popolo a me affidato:
1)Filosa Gildo fu Luigi;
2)Forte Aurelio fu Angelo;
3)De Meo Pietro fu Antonio;
4)De Meo cav. Mauro fu Gaspare.
“Tutto ciò premesso e considerato, e con espressa riserva di aggiungere e di illustrare i motivi di opposizione, concludo perchè la Ecc.za Vostra Rev.ma voglia revocare il decreto di rimozione del 29 settembre 1952 in quanto invalido ai sensi della legge canonica, prima ancora che inesatto ed ingiusto nel merito.
Confido come sempre nella Giustizia di Dio che vorrà servirsi come Suo strumento dell’Ecc.za Vostra Rev.m
a perchè mi sia restituita, con una giusta decisione, la tranquillità che peraltro ho sempre piena ed inalterata nella mia coscienza di Sacerdote. Dell’Ecc.za Vostra dev.mo in Cristo, Sac. Raffaele di Iorio. 18 0ttobre 1952″.

Con questo esposto termina il primo atto della controversa vicenda che non terminerà con il rinnovato giudizio negativo del vescovo, ma si trascinerà ancora per vari anni presso la Sacra Congregazione del Concilio senza che il sacerdote, ormai anziano, abbia mai potuto ottenere quella giustizia tanto agognata.

Le cause della rimozione decretate dall’arcivescovo

segue il documento della rimozione

Segue il documento della rimozione

STORIA DI UN PRETE 6° CAPITOLO L’OPPOSIZIONE AL DECRETO DI RIMOZIONE

 

 

STORIA DI UN PRETE –

 

 

Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio

Formia: CAPITOLO VI

L’opposizione al decreto di rimozione
Prosegue, più che mai vivace, lo scontro epistolare tra il Vescovo di Gaeta ed il parroco don Raffaele Di Iorio che vuole difendere a tutti i costi, la sua posizione di parroco in Trivio di Formia e la sua dignità sacerdotale, certamente menomata dall’autoritaria decisione del Vescovo stesso di rimuoverlo senza troppi scrupoli dalla sua parrocchia.

Prima scuola di catechismo formata da don Raffaele sin dal suo primo insediamento a Trivio


PRIMA SCUOLA DI CATECHISTO FONDATA

DA DON RAFFAELE  SIN DAL SUO PRIMO

INSEDIAMENTO A TRIVIO

Dal fitto carteggio in nostro possesso ed in ogni momento visionabile pubblichiamo qualche altra lettera di quelle intercorse fra i due protagonisti che si trovano ormai alle ultime battute della vicenda.

Da Roma, in data 3 ottobre 1952 il rev. Di Iorio risponde alla lettera del Vescovo del 22 settembre, da noi pubblicata nel capitolo precedente. Da essa rileviamo: “Sono rimasto non poco sorpreso nel constatare come l’E.V. mi nega in detta lettera un mese di, dilazione per provvedere alla mia. difesa, privan­domi così del beneficio che il codice (Can. 2149 & 1 e 2151) desidera venga concesso a qualsiasi parroco di fronte ad un provvedimento di tale gravità; e, quindi, mi annunzia che procederà tuta conscentia ad emettere il Decreto di rimozione; mentre, e questo mi sorprende ancor più, passa sotto silenzio l’eccezione pregiudiziale da me opposta alla sua invitatio del 10 settembre e cioè che mancano in essa gli argumenta o accuse detta­gliate e specifiche, atte a sostenere le due cause di rimozione, come tassativamente prescrive il Canone 2148 par. 2, ad actorum. validitatem ut acta valeant. Un’altra sorpresa ugualmente dolorosa, mi ha suscitata la sua lettera quando ho letto in essa, dopo una ricostruzione non troppo esatta dei fatti, l’annunzio che il processo contro di me è stato già fatto regolarmente. Quando sarebbe stato fatto tale processo, se la Invitatio che prelude ad esso, mi è pervenuta, come ho detto solo il 29 settembre e contro di essa grava la pregiudiziale da me formulata, della mancanza assoluta di argumenta, o capi di accusa specifici?
“(A tale proposito mi permetto annotare in parentesi, nella stessa Invitatio c’è una confusione fra causae remotionis e argomenta quibus causae invetuntur). Ed ancora: Se la Invitatio manca di accuse specifiche tali da farmi conoscere chiaramente quali sono le mie deficienze, come sarei io potuto difendere, adducendo Argumenta in contrario con testi e documenti. Quanto io fossi desideroso di conoscere tali accuse per provvedere alla mia difesa glielo dimostra la mia risposta del 20 settembre, nella quale mi dichiaravo pronto a passare in Curia Arcivescovile il giorno e l’ora da lei fissati ma a tale mia premurosa offerta Ella
ha replicato come ho testè accennato, dicendo che il processo è già stato fatto e che intende procedere alla emissione del Decreto. “Di fronte a tale stato di cose io, ricordando rispettosamente all’E.V. il disposto del Canone 2148 par. 2, secondo il quale non possono ritenersi validi gli atti di un processo dì rimozione, se l’Invitatio fatta dall’Ordinario è priva di accuse specifiche e determinate, rinnovo un pressante e filiale appello, affinchè Ella, nella sua illuminata prudenza di padre e di Arcivescovo, voglia benignamente specificarmi le accuse che danno vita alle due cause dì Imperitia e di Cattiva Amministra­zione e che a tutt’oggi ignoro; e consentirmi dopo di esserne venuto a conoscenza, almeno un mese di tempo onde lo possa preparare la debita difesa”.

E’ di tutta evidenza come ormai la vicenda si trovi alla svolta finale e che il destino del parroco Di Iorio venne segnato sin dalla visita pastorale del 2 dicembre 1951 e che tutto lo scontro epistolare fosse servito a ricercare un aspetto di legittimità per la rimozione del parroco.

Ma al di là delle carte, interpretandole, sembra di capire che appena dopo la seconda guerra mondiale ci furono alcuni ricorsi contro il parroco diretti alla Sacra Congregazione del Concilio e che il vescovo di Gaeta, credendo in una bonaria rinuncia del Di Iorio alla parrocchia per un incarico non di cura d’anime in cattedrale, voleva mettere tutto a tacere senza farsi nemica la Congregazione vaticana. Restò però spiazzato dalla tenace opposizione del parroco e alla fine dovette pur in qualche modo prendere una decisione che fu distruttiva per la parte in causa più debole; e così don Raffaele Di Iorio fu rimosso dalla parrocchia di Trivio e ritornò alla sua casa di Ausonia con la zia Civita e la sorella Francesca.

Decreto di rimozione di don Raffaele dalla Parrocchia di Trivio

Decreto di rimozione di don Raffaele dalla
Parrocchia di Trivio

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STORIA DI UN PRETE CAPITOLO 5 LA RAGIONE CONTRO LA FORZA NON VALE

 

 

STORIA DI UN PRETE –

 

Don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio

Formia:

CAPITOLO V

La ragione contro la forza non vale

Dopo sette mesi dall’inizio di tutta la vicenda fra il parroco ed il suo vescovo, il Di Iorio può avere finalmente un’udienza dal proprio vescovo di Gaeta, ma ciò si verifica soltanto “per ordine della sacra Congregazione del Concilio” come si rileva da una missiva del 15 luglio 1952.
Al Rev. Don Raffaele Di Iorio il ricordo del giorno più bello della nostra vita. Matilde e Umberto Mayer. Roma 6 giugno 1951
Al Rev. Don Raffaele Di Iorio il ricordo del giorno più bello della nostra vita. Matilde e Umberto Mayer. Roma 6 giugno 1951
Non ci è dato sapere cosa fu detto in tale udienza ma il fatto è che il vescovo non ammorbidì i toni intransigenti della sua posizione ed il parroco con retrocesse dalla sua linea di condotta.
Si giunge così al 29 agosto 1952, cioè al giorno in cui scrisse il Vescovo: “In seguito al vostro ultimo rifiuto di lasciare definitivamente la parrocchia fatto davanti ai due giudici del Nostro Tribunale, la Sacra Congregazione del Concilio, resa consapevole, ci ha senz’altro ordinato di procedere a norma dei Sacri Canoni. Prima di iniziare il processo Canonico vi do il perentorio di giorni dieci, a cominciare da domani e cioè fino a tutto l’otto settembre, nei quali giorni se non presenterete la rinuncia da parroco di Trivio, voluta come sapete dalla Sacra Cong.ne, si procederà per il rpocesso di rimozione”.
L’ Invitatio

Con prot. 162/52 del 10 settembre 1952 fu spedito al Di Iorio un invito a rinunziare al beneficio parrocchiale di Sant’Andrea in Trivio. L’ Invitatio del Tribunale Ecclesiastico dell’archidiocesi di Gaeta dice: “Diletto a noi in Cristo, ecc…. Motivi straordinari, per verità di grave rilievo e di ordine superiore, impongono all’animo nostro di provvedere questa parrocchia di un nuovo Parroco e Pastore.
“Perciò, giusta i canoni 2147 – 2156, incaricati da noi due esaminatori Luigi di ampo ed Andrea de Bonis ed esaminato ed ottenuto il responso del loro consiglio formalmente ti invitiamo ed esigiamo che tu rinunci al Beneficio di Sant’Andrea Apostolo in trivio, che ora godi, lascerai spontaneamente e liberamente nelle nostre mani la medesima parrocchia nel tempo da noi e tra noi concordemente stabilito libero affinchè più in là possiamo pacificamente accordarci giusta quelle cose che sono prescritte dai Sacri Canoni.
“Ti esortiamo nel Signore che se fra 10 giorni dal ricevimento del presente non consegnerai a noi la predetta rinuncia, sarà da noi proceduto al decreto di rimozione anche previo processo disciplinare. “Intanto in verità siamo pronti a che tu comparisca al nostro cospetto in quanto secondo l’usanza possiamo manifestare le cause di rimozione. Gli argomenti in verità nei quali consistono le cause sono i seguenti: Inettitudine, cattiva amministrazione dei beni temporali = Can. 2147 & 2 n. 1-5. Questo ti viene notificato affinchè ti possa provvedere di debita difesa, secondo la legge, ecc. F.to Dionigio Casaroli Arcivescovo, Alberto Giordano Notaro.

Ancora non circostanziate le accuse

Il 20 settembre 1952 risponde il parroco alla Invitatio del Tribunale Ecclesiastico gaetano notificatogli ai sensi e per gli effetti del canone 2148 del codice di diritto canonico. Stralciamo: “Con mio grande rincrescimento non mi è possibile aderire all’invito di rinunciare alla mia parrocchia. Pertanto ai sensi del canone 2149 dichiaro, con il presente atto, di muovere rispettosa opposizione a detto invito. Mi permetto, pur sempre rispettosamente, di far osservare che nell’invito del 10 settembre 1952 si allude molto genericamente ad una imperitia e ad una mala temporalium rerurm administratio senza peraltro specificare gli argomenti e cioè le prove di queste asserite cause, così come tassativamente prescrive il chiaro disposto del can. 2148 & 2”.
Segue poi chiedendo una proroga di 30 giorni per poter addurre prove concrete anche con argomenti statistici, che possano appoggiare la sua opposizione pur non rinunciando peraltro alla eccezione pregiudiziale dianzi accennata di mancanza assoluta di argumenta nell’invito del 10 settembre. Afferma poi che è sempre pronto a passare in Curia quando il vescovo vorrà per avere di persona spiegazioni sulle cause della rimozione.

Copia dell’invito dell’arcivescovo a rinunciare alla parrocchia di Trivio

Scacciato dalla Curia

In un post scriptum il parroco conclude: “Superfluo aggiungere che una mia eventuale visita in Curia in ottemperanza all’invito dell’Ecc.za Vostra Rev.ma non dovrebbe essere una seconda edizione del ricevimento fattomi in occasione della sua recente festa anniversaria nella quale, alla presenza di tutto il clero della diocesi arcivescovile, non esitò a mettermi alla porta”.
Nella risposta vescovile del 22 settembre 1952 si legge, tra l’altro: “Ma le prove, vi ripetiamo, le abbiamo già avute, e giustificate dalla S.C. del Concilio, contro le quali nessun altra può valere di più e perciò riteniamo non essere prudente di mantenere ulteriormente questo stato anormale di cose dannoso alle anime e procederemo, tuta conscentia, a emettere il decreto che vi rimuove dal possesso del beneficio parrocchiale di S. Andrea Apostolo in Trivio”.

Si decreta la rimozione

Contemporaneamente alla lettera precedente il vescovo Casaroli preparava certamente il decreto di rimozione di don Raffaele dalla Parrocchia di Trivio perchè esso porta la data del 29 settembre 1952 e il numero 170/52 di protocollo.
In questo decreto, oltre all’inettitudine e alla cattiva amministrazione dei beni temporali, viene addebitata al Di Iorio anche un’altra colpa e cioè la perdita della stima presso i buoni e saggi uomini della parrocchia e dei luoghi confinanti.
In conclusione, le accuse si aggiungono alle accuse senza che esse siano mai circostanziate.

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STORIA DI UN PRETE 4°CAPITOLO TRAVISAMENTO DELLA VERITA’

STORIA DI UN PRETE –

 

Don Raffaele Di Iorio,

 

parroco di Trivio

Formia

CAPITOLO IV

Travisamento della verità

Il 24 giugno 1952 il vescovo di Gaeta, dopo aver ribadito l’incapacità di don Raffaele a scrivere finanche una lettera, diceva in una sua lettera: “Non essendo poi in mia facoltà di cambiare la decisione così assoluta della sacra Congregazione del Concilio, che ordina il trasferimento vostro ad un beneficio non curato, al più presto questo deve avvenire entro il corrente mese, per cui col giorno trenta, se siete veramente, umilmente sottomesso, dovete darmi la rinuncia in un foglio tutto scritto da voi e debitamente firmato”.
Ma il vescovo non ha fatto niente per difendere il sacerdote davanti alla Congregazione vaticana, anzi è arrivato persino a cacciare il prete dall’Episcopio dove era intervenuto ad una riunione di parroci dicendogli di uscire perchè non era più parroco.
In questa lettera il vescovo passa ad elencare i benefici che potrà avere se lascerà di buon animo la parrocchia e cioè di avere lire 1050 ad officiatura in cattedrale (non giornaliera e delle quali solo lire 500 per il viaggio) e l’applicazione di S. Messe a lire 250 l’una quando lui non ne avesse per offerta dei fedeli. “Quindi mi pare che non sia disprezzabile”, dice il vescovo.

L’autodifesa del parroco

Don Raffaele davanti alla Casa del Clero di Napoli Alla lettera precedente il parroco don Di Iorio risponde il 30 giugno 1952 e da essa cominciamo a rilevare un primo accenno di autodifesa. Infatti così inizia: “Ecc.za, mi addolora la supposizione dell’Ecc.za Vostra, che le mie lettere state dettate da altri. Tale supposizione rientra in quella forma mentis che l’Ecc.za Vostra da alcuni mesi si è creata sul mio conto”.

Capacità di 28 anni di ministero

“Qualunque sia pertanto la mia capacità – scrive il parroco – che in qualsiasi ipotesi è passata per il vaglio di 28 anni di ministero parrocchiale con il pieno gradimento dell’E.V., non è tale però da impedirmi di rendermi conto del gravissimo ed inusitato provvedimento che l’E.V. vorrebbe prendere a mio carico.

“Non ha detto male, ma ha ben detto l’E.V. nella sua venerata lettera del 24 giugno, che il mio contegno è ispirato ad un tenore di umiltà e di buona volontà, dato che questo è sempre stato il mio comportamento, modestia a parte, nei riguardi dei miei superiori, soprattutto quando ho potuto constatare che essi impersonano la mite figura del Pastor Bonus e si lasciano ispirare da motivi soprannaturali e non da contingenze del momento. Proprio perchè mosso da tali motivi io, nella mia del 19 giugno c.m., ho aperto con la massima sincerità tutto l’animo mio all’E.V. e mi sono sforzato di venire incontro, nella misura del possibile, ai suoi desideri, indicando, sia pure in forma non impegnativa e definitiva, alcune forme di soluzione al caso di cui sono oggetto, che fossero di soddisfazione alle preoccupazioni di S.E. e, nello stesso tempo tranquillizzassero la mia coscienza di parroco, profondamente turbata dalle gravi accuse mossemi dall’Ecc. Vostra e dal timore che, malgrado la mia buona volontà, il ministero parrocchiale, da me svolto non rispondesse a perfezione a quanto la Santa Chiesa desidera da noi”,

Non Pastore ma giudice

Recapito di Napoli “Ciò nondimeno – prosegue il Di Iorio – oggi, devo dolorosamente constatare che la buona volontà da me dimostrata non è servita a raggiungere lo scopo, poichè come risulta dalla sua venerata lettera del 24 c.m., V.E. si è irrigidita in una posizione di intransigenza dalla quale appare evidente che in questa dolorosa vertenza non c’è altra via d’uscita che la mia estromissione dal Beneficio parrocchiale, la mia riduzione ad uno stato di miseria, la mia clamorosa umiliazione davanti a tutta l’intera Arcidiocesi di Gaeta. Se le cose stanno così come tutto mi fa supporre, l’E.V. mi perdoni, non mi si presenta più nella luce del Padre, ma in quella del giudice che condanna, e la cosa è tanto più grave, in quanto a tutt’oggi, dalla sospensione ingiuntami in data 22 aprile, per motivi che io ho ritenuti insufficienti ed in parte anche infondati”.

Condanna senza discolpa

Prosegue la sua difesa il parroco di Trivio di Formia: “Non mi è stata neppure concessa un’opportuna ed ampia chiarificazione con l’E.V. per evitare che la situazione si aggravasse con dolore dell’E.V. e mio e con scandalo delle anime. Ma se la linea assunta dall’E.V. è quella della condanna, ebbene ogni via di accomodamento cade da se stessa e ogni soddisfacente soluzione si rende impossibile ed io, contro ogni mia buona volontà, sono costretto a revocare in parte, quanto, obbedendo ai suoi desideri, le prospettai nella mia del 19 e cioè che sarei stato disposto anche a rinunciare alla parrocchia qualora mi si fosse assicurato una equa pensione da stabilirsi prima della rinuncia tota vita durante. E con questa revoca, io ritorno in pieno nella precedente soluzione, che le ho sottoposta, e cioè che se l’E.V. è tutt’ora nella persuasione che il bene spirituale della parrocchia non è sufficientemente garantito dalla mia persona tanto disprezzata, io sono disposto a provvedere a norma del canone 475 par. 1 con un Vicario Coadiutore accollandomi il peso che tale provvedimento comporta”.

Busta indirizzata all’autore

Popolo in lutto e preti sacrileghi
Ed il Di Iorio continua ancora più duro: “Qualsiasi altra soluzione, Ecc.za Rev.ma, m’imporrebbe un sacrificio che sinceramente, dopo 28 anni di parrocchia in un paese, dove mai nessun parroco aveva potuto resistere a lungo per svolgere un qualunque ministero parrocchiale per la difficilissima situazione locale, io ora non posso più e non debbo accettare la rinunzia alla mia parrocchia, il cui popolo è in perfetto lutto. Tanto più perchè – e qui mi si perdoni la digressione – non riesco ancora a capire come si esigga da me tale e tanto sacrificio quando ho sempre fatto il mio dovere quanto più ho potuto, quando nella nostra diocesi ci sono parroci i quali non hanno mai conosciuto che cosa comporti un tale ufficio ed hanno fatto strazio non di un solo o di dieci norme canoniche o liturgiche, ma di tutta la legislazione canonica che ci riguarda.
“E questi parroci godono spensierati, sono beatamente felici ai loro posti. Perchè dunque si vuol colpire me che, qualunque sia l’attuale stima dell’E. V., sono ispirato dalla migliore buona volontà ed ho sempre fatto il mio meglio per soddisfare ai bisogni spirituali delle anime. Pertanto se l’Ecc. V. è tutt’ora nella persuasione che questa parrocchia non è sufficientemente provveduta spiritualmente io sono pronto ad accettare non altro che un Coadiutore.
“Ciò premesso appare chiaro che qualsiasi altra soluzione non può essere da me accettata, se non previo provvedimento canonico, ad normam juris, nel qual caso io mi riservo di agire in conseguenza. “Mi perdoni E. Rev.ma se scrivo così, ma oltre l’ossequio al Superiore, io ho il dovere di tutelare la mia dignità sacerdotale che da 38 anni cerco di conservare incontaminata”

STORIA DI UN PRETE 3°CAP DON RAFFAELE VITTIMA DI UNA PERSECUZIONE

 

STORIA DI UN PRETE –


Don Raffaele Di Iorio,


parroco di Trivio [3]


letture: 494
Formia:


Vittima di ingiusta persecuzione
CAPITOLO III

La persecuzione

Riassumendo; finora abbiamo visto come, con ripetuti inviti, il vescovo di Gaeta mons. Dionigi Casaroli, abbia imposto al parroco
di Trivio di Formia, don Raffaele Di Iorio, di dimettersi dal suo ufficio e ciò per punirlo delle sue malefatte, ma di esse specificamente ancora non si è parlato per cui il prete ancora, ufficialmente non ha potuto discolparsi. Il vescovo però non avrebbe mai creduto che i fedeli di Trivio potessero ribellarsi alla sua decisione e nell’esaminare il carteggio in nostro possesso abbiamo appurato quali furono i termini della ribellione che abbiamo ricordato poco fa.

Allarmi alla questura

cerimonia religiosa a Trivio con la chiesa in costruzione




In una notiZina si afferma: “Allarmi alla questura di Latina e alla Pubblica Sicurezza di Formia (dato dal vescovo, n.d.r. ) non solo contro il parroco locale, ma anche contro dieci persone che erano state un giorno troppo buone e caritatevoli a Gaeta per prendere le mie difese con un elenco di firme a mio favore”.
Pare di capire che al vescovo siano a cuore più i denigratori del parroco che non i suoi sostenitori.

Vittima di una ingiusta persecuzione

Ed ecco finalmente una lettera che il Di Iorio, in data 16 giugno 1952, scrive al vescovo di Gaeta ed invia in visione sia alla Sacra Congregazione del Concilio che alla Sacra Congregazione Concistoriale:
“Ho il dovere di rispondere alla sua paterna e venerata lettera del 6 giugno c.a.
“Veramente invece di rispondere per iscritto, mi sarebbe piaciuto, avrei desiderato, mi sarebbe piaciuto, avrei desiderato esporle l’animo mio in una udienza; ma purtroppo nè a me nè ad altri che prendono le mie difese, arride la speranza di essere fatti degni di comparire innanzi al mio Superiore! A me e a quanti mi difendono è dato l’ostracismo.

“Innanzi tutto il contenuto della lettera del 6 giugno era già stato diffuso in paese con meraviglia e con grande dolore. “Mio supremo proposito, ora e sempre, è solo quello di ubbidire alla Ecc.za Vostra, anche quando, come nel caso presente, mi considero e mi ritengo vittima di una ingiusta persecuzione. Quindi se l’Ecc.za Vostra vuole che io lasci Trivio, la lascerò, non appena mi verrà indicato l’ultimo giorno di residenza, riserbandomi la possibilità dell’opposizione alla S. Sede”.

Il vescovo ignora le norme liturgiche?

“In riferimento alla venerata lettera Sua del 22 aprile 1952 – prosegue il Di Iorio – in cui adduce le cause della mia rimozione tengo ancora una volta a precisare che esse poggiano su un falso supposto, e cioè di aver celebrato tre S. Messe nel giorno di Pasqua. In detto giorno mi sono attenuto alle rubriche del nuovo Ordo Sabbati Sancti , cap. V, n. 13 -Ed. Vaticana 1952.


“Ho fatto tale funzione poichè dal Bollettino Diocesano risultava che il permesso era ad experimentum: quindi la poca affluenza i popolo ha dimostrato la difficoltà dell’intervento, cosa non prevedibile prima della funzione.
“Essendo quindi falsa l’accusa e mancando gli argomenti su cui poggia come risulta dal canone 2148 par. 2, ho mostrato in quanta considerazione ho preso la sua decisione.”

Incapacità insopportabile

Continua il sacerdote: “Mi meraviglio non poco come i miei scritti non sono più formulati dalla mia modesta capacità; maggiormente mi meraviglio come la mia incapacità sia diventata insopportabile in questi ultimi e pochi giorni, quando l’Ecc.za Vostra mi conosce da 20 anni, e nelle relazioni pastorali precedenti all’ultima non vi è stato mai motivo di lagnanze da parte Sua anzi di lode, e ciò può risultare dalle relazioni esistenti in codesta Rev.ma Curia Arcivescovile”.

Prete seviziato dai tedeschi e vescovo nell’abbondanza

“Se qualche deficienza risulta nella mia persona – continua il parroco – io non sono a conoscenza e ciò non per colpa mia, ma forse dovuta al lungo periodo di guerra, essendo sempre stato in parrocchia anche contro il volere degli invasori tedeschi, da cui sono stato crudelmente malmenato fino a sangue, ferito in un bombardamento testimone la dottoressa Bordiga Alma maritata Pontoni, residente a Napoli. Dette ferite le subii in testa e sul viso, a differenza di molti che hanno trovato più facile scampo in luoghi sicuri.

Comunque non credo che l’incapacità debba attribuirsi a mia colpa. Non essendoci in paese le cause richieste dal Codice, cioè l’odio del popolo, come egli stesso ha dovuto constatare avvisandone la Pubblica Sicurezza, quindi…”
E purtroppo non abbiamo il seguito di questa lettera ma già da quanto abbiamo potuto leggere si capisce che le accuse si reggono solo per la volontà di tenerle in piedi. Mentre il povero parroco subiva le vessazioni della guerra sembra che il vescovo di Gaeta si trovasse ben accudito e al sicuro in case amiche di Castelforte.

Nessuna protezione dal Vescovo

Da alcuni appunti autografi scritti a matita dal Di Iorio stralciamo i seguenti: “Prima (della) guerra nessun ricorso, e nessuna sospensione durante i venti anni di parrocchia e le visite pastorali tutte lodevoli.
“Dopo la liberazione, senza casa canonica e senza chiesa (vi sono stati) ricorsi al Concilio di incapacità e cattiva amministrazione dei beni della chiesa e ‘odium plebis’ (le tre sole cause del diritto canonico che rimuovono un parroco ‘ipso facto’).


“Poca protezione da parte dei Superiori di Gaeta, i quali, pur sapendo le privazioni, i sacrifici e le sofferenze per i danni della guerra non si curano di prendere, presso il Concilio le mie difese e mi accusano che non veniva fatta la residenza.
“La ditta dei lavori a Trivio per casa e chiesa.
“Il Coadiutore novello (Mons. Lorenzo Gargiulo) in diocesi, guarda di malocchio il parroco se non fa la residenza di notte anche prima di terminare i lavori. Ma dove stare?
“L’11 maggio 1952 sospeso ‘ipso facto’ non per i vecchi ricorsi al Concilio ma per nuove accuse infondate fatte a Gaeta due giorni dopo la festa di Pasqua”.

COLLABORAZIONE A TRIVIOAMICI DON RAFFAELE

> To: trivioamici@hotmail.it
> Subject: www.trivioamici.it: Don Raffaele
> Date: Wed, 7 Nov 2012 11:08:27 +0100
> FroM M ……rita.……r@gmail.com
>
> Questa è una e-mail di contatto dal sito http://trivioamici.it/ inviata da:
> A…… a M….er …..
ita.m….er@gmail.com>


>
> Con grande gioia ho ritrovato Don Raffaele, il caro sacerdote, grande amico di mio papà, che veniva a trovarci a casa a Roma nel 1962-63. Ero piccola, 10 anni, e ricordo che grande festa e con quanta gioia era accolto a casa. Egli aveva salvato mio papa’, ricercato dai tedeschi, e lo aveva nascosto in canonica a Trivio nel 1944.

Ci anche fu un bombardamento (credo di ricordare dai racconti di papa’) e lui, lo salvo’ dalle macerie che’ era rimasto sotto il crollo.Se non c’era Don Raffaele,papà sarebbe morto nel 1944 e io non sarei mai nata.

Purtroppo non conoscevo la storia di Don Raffaele, l’ho letta sul vostro sito e ne sono rimasta profondamente addolorata.

 


 

Forse per questo, per i suoi tanti affanni,veniva a trovare a Roma, a casa, “Umbertone” (mio papà) come lo chiamava lui….Con grande sorpresa e commozione ho visto la foto dei miei il giorno delle nozze(cap.5).

 

Era la foto che i miei gli avevano donato e forse una delle poche cose che il caro sacerdote possedeva.I miei ora riposano insieme ai nonni (presenti nella foto) nella Cappella Mayer nel Cimitero di Formia.

Aver ritrovato Don Raffaele è stato per me un tornare alle radici, perchè nulla sapevo più di lui.. ma sempre nel cuore mi era rimasta la sua umile e cara figura.Il mantellone , le scarpe grosse e il saturno..e quel santino che, andando via, mi regalava insieme a una carezza sulla testa e un sorriso.

Un ringraziamento a voi,per aver portato alla luce la storia di un eroe umile e santo.

 

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