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STORIA DI UN PRETE 1°CAPITOLO

 

CAPITOLO I

 


Inizia la tribolazione

 

 

“Trivio, frazione di Formia, è situata in una gola montana, chiusa a Nord dalle pareti del Sant’Angelo (m. 1240 circa) ed a sud dall’altura del Campese.

L’ambiente prettamente alpestre richiede che le case abbiano un minimo di riscaldamento. Il che, con il sistema più semplice ed economico, non può essere ottenuto se non a mezzo di un focolare a legna ed a carbone, che a sua volta fornisce anche e principalmente, la possibilità di provvedere ad un modesto desinare.

 

 

 

 

Ciò, che vale per le abitazioni in genere, rappresenta una necessità ancora più “forte” per la casa canonica, ove il camino oltre a rappresentare una tradizione costruttiva è maggiormente indispensabile giacchè l’abitazione del parroco è frequentata costantemente per ragioni connesse al Sacro Ministero, dalla popolazione del Borgo.

Nella casa canonica manca ancora l’impianto elettrico di illuminazione. Tale lacuna (che non esisteva nell’anteguerra) impedisce altresì che si possa provvedere al necessario riscaldamento a mezzo di moderni apparecchi a radiazione”

 


Fin qui uno scritto di don Raffaele Di Iorio. Uno scritto che dimostra le disagiate condizioni in cui visse durante 28 anni di indefesso ministero pastorale nel paesetto di Trivio fino a quando l’arcivescovo di Gaeta mons. Dionigio Casaroli non lo rimosse da parroco rivolgendogli accuse che gli atti ed i successivi avvenimenti dimostrano come infondate.

Egli così scrive all’arcivescovo di Gaeta il 30 maggio 1950: “Ecc.za, secondo il suo cortese interessamento, inviai parecchi giorni or sono alla Ecc.za Vostra un memoriale riguardante il completamento della Chiesa Parrocchiale e della Casa Canonica di questo Borgo.

 


“Dovrei ora rimediare ad una involontaria lacuna del memoriale stesso, in cui mancai di indicare tra le opere da eseguirsi ancora le seguenti:

a) un vano da cucina distrutto completamente dagli eventi bellici;

b) terrazzo coperto soprastante a detto vano;

c) due piccoli vani sottostanti la medesima casa canonica a lato sinistro di essa;

d) impianto elettrico dell’una e dell’altra ossia della Chiesa e della Canonica;

e) nella chiesa parrocchiale la balaustrata in marmo, fronteggiante l’altare maggiore;

f) antiporta dell’ingresso alla Chiesa e alla Canonica;

g) ‘ritirata’ alla Chiesa.

Mi permetto di pregare la E.V. di voler cortesemente tenere presenti anche tali altri lavori (n.d.r.: Nella minuta della lettera a questo punto è stato cancellato il seguente paragrafo: “Pochi giorni or sono, qualche sacerdote, mio amico, che ha già ottenuto tutto, mi fece notare che nelle nostre zone, in provincia di Latina, non c’è più nulla da sperare, da parte del Provveditorato alle OO.PP. per noi altri”).

 


Mi giunge intanto notizia che per la ricostruzione di Formia il Provveditorato OO.PP. non è più di competenza, ma lo è invece l’ERICAS. Sarà vero? Mi usi la cortesia di farmi conoscere se debbo rivolgere qualche istanza a questo Ente. Ho già ricevuto ieri 29 c.m., la sua tanto gradita, in cui mi assicura di riservarsi a darmi ulteriori notizie in merito, che mi ha augurate molto favorevoli, piacendo a Dio. Grazie, e lo spero anch’io, col suo vivo e appassionato interessamento, alla completa ricostruzione della Chiesa e della Canonica”.

Dal che è facile immaginare lo stato in cui si trovasse sia la chiesa che la canonica di Trivio dopo le devastazioni provocate dalla seconda guerra mondiale.

[Giuseppe Palladino, cugino di don Raffaele Di Iorio] Don Raffaele Di Iorio nacque a New York il 31 dicembre 1887 da padre emigrato in America e poi rientrato in Italia dove la famiglia era benestante e proprietaria di fabbricati e terreni. Nel 1924 prese possesso del beneficio parrocchiale di S. Andrea Apostolo di Trivio di Formia dove rimase parroco per 28 anni fino al 12 dicembre 1952 quando fu rimosso d’autorità dall’arcivescovo di Gaeta per le seguenti cause: 1) perdita della stima degli uomini buoni e saggi della parrocchia e dei luoghi confinanti; 2) cattiva amministrazione delle cose temporali della parrocchia; 3) imperizia e insufficiente scienza per amministrare i sacri ministeri e le confessioni. A questi tre argomenti finali di accusa si giunse dopo diversi decreti recanti più numerose accuse. Egli morì in Ausonia, dove era giunto dall’America in tenera età, il 27 febbraio 1966.

L’iniziativa di procedere alla pubblicazione di una parte dei carteggi in nostro possesso è dettata soltanto dalla volontà di riabilitare la memoria di un sacerdote che, nonostante tutto, non ha mai messo da parte la sacralità del proprio ministero fino alla bella età di 79 anni.

Un fatto di cronaca personale. Venni a Trivio per affiggere i manifesti che annunziavano la morte di questo sacerdote. La voce si sparse veloce per il paese e davanti a ciascuno di essi, uomini e donne increduli, letteralmente piangevano la sua morte: “E’ morto l’unico parroco che ci ha sempre assistiti nei giorni felici ed in quelli sfortunati”, questo dicevano.

Ed il giorno appresso i più anziani, insieme ai loro figli, vennero tutti ad Ausonia per rendergli le ultime onoranze.

Certo non si può dire che don Raffaele Di Iorio fosse in “odium plebis”, odiato dalla gente, come si espresse il vescovo nei suoi decreti di rimozione dal beneficio parrocchiale di Trivio che furono sempre, ma inutilmente impugnati dal sacerdote.


A proposito di quella che noi definiamo come congiura locale ordita ai danni del parroco riportiamo uno stralcio di una lettera che esso scrisse al proprio vescovo: “Perchè dunque si vuol colpire me che, qualunque sia l’attuale stima dell’Ecc.za Vostra sono ispirato dalla migliore buona volontà ed ho fatto sempre del mio meglio per soddisfare ai bisogni spirituali delle anime? Non riesco a capire come si esigga da me tale e tanto sacrificio quando nella nostra diocesi ci sono parroci, i quali non hanno mai conosciuto che cosa comporti un tale ufficio ed hanno fatto strazio non di uno o di dieci norme canoniche o liturgiche, ma di tutta la legislazione canonica che ci riguarda, i quali godono e sono beatamente felici ai loro posti”.

Dal carteggio avvenuto tra l’arcivescovo di Gaeta e don Raffaele Di Iorio riportiamo i passi salienti di una dichiarazione-decreto (esistente in originale e copia) di mons Dionigi Casaroli prot. n. 801, forse del 2.1.1952 in quanto privo di data. Questo è il primo documento in nostro possesso.

“In occasione della nostra quinta Visita Pastorale nella Parrocchia di S. Andrea Apostolo in Trivio abbiamo inviato a compierla il Rev.mo Mons. Can. Andrea De Bonis il giorno 2 dicembre 1951.

Visti gli atti della nostra Visita precedente, osservata la relazione chiara del suddetto Nostro incaricato e uditi i riferimenti della Curia e del Vicario Foraneo

dichiariamo e decretiamo

Condizioni religiose e morali: purtroppo è una popolazione religiosamente digiuna per l’inqualificabile incuria del parroco il quale dall’ultima guerra lo è più di nome che di fatto… vera desolazione affermano i predicatori che ivi hanno seminato la divina parola. Catechismo ed azione cattolica: il primo non si insegna da anni ed appena i rudimenti primi ai fanciulli della Prima Comunione e Cresima…. Di azione cattolica, da pochi mesi si sono iniziate le due giovanili.

Chiesa, arredi e suppellettili: la Chiesa è stata restaurata, ma vi manca l’altare maggiore conveniente. Nell’attuale posticcio, il Tabernacolo è indecente e si deve cambiare per potervi conservare il Santissimo, l’attuale resta interdetto… La sagrestia è mal tenuta, disordinata, sporca; la si deve ripulire e conservare in ordine, essendo non ripostiglio ma luogo sacro (n.d.r.: Annotiamo per memoria che il sacerdote, essendo solo in casa, la maggiore delle volte aveva per desinare un uovo fritto ed un tozzo di pane e queste sono cose attestabili da persone tuttora viventi al 1980 ed a me personalmente confidate)..

Archivio: manca un luogo decente da conservarsi i registri ed i documenti. Ordiniamo che lo si faccia entro tre mesi…” (n.d.r.: Annotiamo pure che ancora non si era riusciti a portare a termine la costruzione della chiesa e della canonica).

Beneficio parrocchiale: Consta che è assai malandato negli uliveti e nelle altre piante fruttifere. Invieremo quanto prima un ingegnere agronomo a visitarlo e darcene precisa relazione circa i danni causati dall’incuria dell’investito” (n.d.r.: Cioè di don Raffaele Di Iorio. Suona strana per quei tempi di grande difficoltà post bellica la parola “incuria”; ma se i battaglioni tedeschi prima ed americani poi insieme ai bombardamenti avevano distrutto ogni cosa pochi anni prima?).


Infine, dulcis in fundo, il decreto, conclude:

“Pertanto voglia il parroco constatare tutte queste gravi sue responsabilità di coscienza per tanto sfacelo e vedere se non sia il caso di ritirarsi prima che una visita Apostolica della S. Sede, causata da giusti ricorsi, lo metta nella necessità di farlo con riprovazione”. Se vi furono ricorsi alla S. Sede contro il parroco Di Iorio di essi nulla conosciamo. Ma il sospetto sul termine “giusti” dato dall’arcivescovo ai ricorsi contro il suo sacerdote ci lascia perplessi, sembra quasi una condanna senza appello.

Fatto strano poi è quello, infine, che tutta l’azione prende il via da una visita pastorale non effettuata di persona dall’arcivescovo ma dal canonico mons. Andrea De Bonis in suo nome, quasi a significare una contesa aperta nella curia locale ed in cui l’arcivescovo appare, in un primo momento, come persona al di sopra delle parti.

ALBINO CECE

GNORO PATINO

 

LA STORIA DI UN PRETE

 


UN UOMO BUONO, UN PARROCO

 

IMPECCABILE E COLTO


(GNORO PATINO)


 

Gnoro Patino, era l’appellativo con cui noi ragazzi chiamavamo il nostro amato Parroco, Don Raffaele Di Iorio.

Un uomo mite, buono, altruista, dotato di eccellente valore umano, ma nello stesso tempo severo nell’esercizio del suo ministero di Pastore di anime e di comunicatore della parola di Dio.

Aveva un portamento elegante, quasi aristocratico, pur avendo avuto i natali da una famiglia di umili origini. Indossava l’abito talare con onore e rispetto.

Non possedeva neppure una spazzola, per pulire la tonaca ed il cappello prendeva la parte inferiore della manica destra della veste e la strofinava sulle parti che erano sporche.

Viveva in completa povertà, nella sua casa c’era solo il letto e una sedia rotta. All’interno di essa, però, non mancavano mai confetti, caramelle ed i giornaletti di “ Arturo e Zoe” e le “Avventure del Signor Bonaventura”, che regolarmente regalava a noi ragazzi, quando gli facevamo visita o gli portavamo l’acqua fresca dal pozzo.

Ricordo che mi chiamava “Gelardino di Scampone” come mio nonno. Avevamo le stesse origini, “Gnoro Patino”, nativo di Ausonia e la famiglia di Scampone orginaria di Selvacava, frazione del suo comune natio. Quando c’incontrava ci chiamava paesani, ricordando la sua famiglia.


Venne allontanato da Trivio, ma non lo meritava, fu una vera ingiustizia. Don Raffaele fece tanto per il popolo triviese, in particolar modo durante la seconda guerra mondiale, quando venne selvaggiamente picchiato dai nazisti all’interno della chiesa di Sant’Andrea, per salvare delle persone.

Dinanzi allo strapotere dei potenti il povero fa sempre la stessa fine dell’agnello nella favola di Fedro, “Lupus et Agnus”.

Tony,  che ne dici di raccogliere tutti gli aneddoti e le testimonianze di chi l’ ha conosciuto e farne poi un libro? Sarebbe veramente bello.

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DON RAFFAELE PARROCO DI TRIVIO

la storia di

Don Raffaele

Di Iorio


Se, quando sono andato a Trivio ad affiggere il manifesto di morte del loro parroco di guerra Don Raffaele Di Iorio, ho visto i primi curiosi che lo leggevano, mettersi a piangere; se una folta rappresentanza di abitanti di Trivio si sono portati ad Ausonia per rendergli l’estremo saluto; se alla sua morte, avvenuta con il conforto della sola presenza mia e di una suora dell’ospedale di Minturno, egli possedeva soltanto 125 mila lire che tanto allora costava una bara ed un trasporto funebre; se gli è stata dedicata nell’anno 2000 una piazza al centro del paese; se il 28 marzo 2000, nel corso di una conferenza pubblica da me tenuta a Trivio, gli anziani di questa frazione di Formia hanno manifestato parole di vera e commossa riconoscenza verso il loro parroco che ne aveva difeso vita e averi nel corso della seconda guerra mondiale.

don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio

don Raffaele Di Iorio, parroco di Trivio
Se tutto questo, allora non possono essere vere le accuse di non riscuotere più la fiducia dei fedeli che la Curia diocesana di Gaeta gli rivolse sin dal 1950; non può essere giusta la sua sospensione dalla parrocchia, il suo successivo allontanamento da essa, i suoi ultimi giorni vissuti da randagio a mendicar Messa tra Roma e Napoli, a viver della pensione di invalida di guerra della sorella Francesca nella cadente casa paterna di Ausonia, la deposizione anonima delle sue ossa nell’ossario cimiteriale di Ausonia per la caduta di un intero blocco di tombe e per il disinteresse dei suoi stessi concittadini, ignari per lo più del travaglio di vita vissuto da questo prete, riservato e schivo, che mai si era permesso di raccontare ad alcuno la sua vita, se non a me giovanetto ed alla mia famiglia nelle lunghe serate trascorse intorno al fuoco a casa mia poiché la sua vicina casa era sola e fredda per mancanza di legna da ardere e qualche volta anche priva della cena.

E quella che vi raccontiamo, un poco alla volta, è la storia della sua vita trascorsa a Trivio di Formia. Alcuni tasselli ci mancano, ma i lettori che lo conoscevano o che ricordano i racconti dei genitori, potrebbero completarli con le loro dichiarazioni a futura memoria.

Non vorremmo che si considerasse questa “storia” un racconto di tipo scandalistico intenzionato a mettere in difficoltà le gerarchie religiose locali; è passato oltre mezzo secolo dagli avvenimenti narrati; la maggior parte dei protagonisti non esistono più; abbiamo voluto tentare una ricostruzione storica di quegli avvenimenti al solo ed esclusivo scopo di restituire un briciolo di verità alla storia delle nostre contrade aurunche troppe volte dilaniate da incomprensibili contrasti sociali che ne hanno molto spesso impedito lo sviluppo.

Qui abbiamo condensato un voluminoso carteggio meticolosamente conservato nel nostro personale archivio ma naturalmente si fanno salve eventuali differenti interpretazioni e conclusioni che dovessero verificarsi da approfondimenti derivanti da ricerche archivistiche future.